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 Gonnosfanadiga : I segni dal passato....del presente e del futuro!

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MessaggioOggetto: Gonnosfanadiga : I segni dal passato....del presente e del futuro!   Mer 12 Giu 2013, 14:34

Gonnosfanadiga


Gonnosfanadiga è un comune italiano di 6.917 abitanti della provincia del Medio Campidano in Sardegna.

Storia


Il territorio risulta essere abitato sin dalla preistoria, gli studi fanno risalire al Neolitico antico le prime frequentazioni certe, avvenute tra il VI e il IV millennio a.C. nel territorio di Terra 'e Seddari, ma non sono da escludere precedenti insediamenti data la buona posizione e la ricchezza di risorse. Si hanno poi rilevanti evidenze del periodo nuragico che comprendono diversi resti di nuraghi e tombe dei giganti, di cui una, quella di S. Cosimo (riportata alla luce dagli scavi nei primi anni ottanta), tra le più grandi della Sardegna.
Non si hanno attestazioni certe del periodo fenicio, ma la zona è abbastanza vicina sia al mare, da cui arrivavano gli abili navigatori mediorientali, sia a una colonia da loro fondata, Nabui (S. Maria Neapolis in territorio di Guspini) che ad altre zone certamente frequentate dai Fenici come Antas in territorio di Fluminimaggiore da poter supporre quantomeno dei contatti.
Circa due secoli prima di Cristo in Sardegna arrivano i Romani e anche il territorio di Gonnosfanadiga è ricco di testimonianze che vanno dai numerosi ritrovamenti di monete, suppellettili e armi, all'individuazione di resti di fortificazioni, accampamenti, tombe e ben quattro cimiter
Intorno al VI secolo d.C., in concomitanza con l'arrivo dei bizantini nell'isola, cominciò l'opera di evangelizzazione dei monaci greci, testimoniata dai toponimi e dai resti di numerosi luoghi di culto, alcuni dei quali quasi totalmente scomparsi, e uno di cui rimane mirabile esempio: la chiesa campestre di S. Severa.
In epoca medievale è testimoniata l'esistenza di villaggi nel territorio di Gonnosfanadiga: Bidda Atzei (o Zei), Gonnos Fanadiga, Gonnos de Montangia,Aqua de Gonnos, come centri che pagavano le decime alla Chiesa negli anni tra il 1341 e il 1359. L'elenco comunque non è completo, essendo ancora abitato in quell'epoca il centro di Serru.Gonnosfanadiga, o meglio il suo territorio fa parte del giudicato di Arborea, compreso nella curatoria di Bonorzuli e nella circoscrizione della diocesi di Terralba.
Circa la nascita dell'odierno comune le notizie sono un po' incerte. Sicuramente in epoca moderna esiste già con questo nome e come centro organico.
Infatti solo con la dominazione spagnola (1479-1650 ca) si hanno documenti che descrivono la vita del paese: appartiene in questo periodo al marchesato di Quirra.

Il 17 febbraio 1943, durante la seconda guerra mondiale, il paese subì un pesante bombardamento ad opera degli americani nei confronti della popolazione civile. Il drammatico evento, di cui tuttora non si è avuta ancora una doverosa giustificazione, con oltre cento civili uccisi e decine di feriti, mutilati e dilaniati, lasciò una forte impressione nell'immaginario dei gonnesi, uno shock collettivo che ne continua a turbare la memoria.





Crimini alleati dimenticati: Gonnosfanadiga, 17 febbraio 1943














































OLTRE L’ORRORE

Il 17 febbraio 1943, con obiettivo principale l’aeroporto di Elmas, dalle basi algerine della Strategical Air Force si alzano in volo 23 “Fortezze” Boeing B-17, seguite da altre 20 “Fortezze” appartenenti al 97th e al 301st Bomber Groups; la formazione è scortata da 23 caccia pesanti P-38 “Lightnings” del 1st Fighter Group. La prima ondata di bombardieri trasporta un carico offensivo costituito da 3.296 spezzoni da 20 libbre ciascuno e da 12 bombe da 500 libbre (general purpose) dirompenti, caricate con esplosivo ad alto potenziale. La seconda ondata trasporta altri 1.008 spezzoni da 20 libbre. Volando ad una quota media compresa tra i 22.000 ed i 23.000 piedi, giunti sul cielo di Cagliari nelle prime ore del pomeriggio, gli aerei americani sono improvvisamente avvolti da una coltre nuvolosa che occulta quasi completamente gli obiettivi da colpire. Ostacolati dalle fitte nubi, soltanto 7 bombardieri, su 43, aprono i vani bombe. Le zone più colpite sono l’area portuale di Cagliari (nei pressi della base navale), alcune zone dell’abitato di Monserrato e di Quartu Sant’Elena; ma i danni più gravi si registrano alle ore 15,00 quando i bombardieri sganciano il loro carico di bombe a frammentazione su Gonnosfanadiga facendo strage tra i civili, uccidendo e ferendo gravemente in prevalenza donne e bambini. Nel breve spazio di qualche minuto, il paese è sorvolato da una formazione di 9 apparecchi nemici in direzione da Sud a Nord, su due diverse traiettorie corrispondenti alle due strade principali: il rettifilo Porru Bonelli e via Guglielmo Marconi in unione alla via Cagliari. In ambedue linee, molte case sono irrorate da una pioggia di spezzoni, che sfondano tetti, distruggono mobili e porte, seminano una violentissima grandine di migliaia e migliaia di schegge metalliche che uccidono, abbattendole al suolo, molte persone e crivellano, tutto attorno, gli intonaci dei muri, traforando lamine ferree di cancelli, di badili e di quanti altri oggetti si trovano nelle case e nei cortili e nelle piazze adiacenti. Il rettifilo è, in un attimo, sparso di cadaveri giacenti nel proprio sangue: corpi privi di testa, braccia e gambe staccate dai propri busti, persone sventrate, morte e morenti, e un gran numero di feriti, gravi e gravissimi. Lo stesso impressionante spettacolo si vede in tutti gli altri punti del paese e nelle case e nei cortili, dove i buoni cittadini sono stati sorpresi dall’improvvisa e fulminea comparsa degli aeroplani. Nella linea del rettifilo le prime bombe sono sganciate circa 20 metri ad ovest delle Scuole Elementari, contigue alla Chiesa del Sacro Cuore, molti altri ordigni rimangono inesplosi. Convinti di aver colpito il campo di aviazione di Villacidro, i bombardieri americani proseguono quindi verso la base di Decimomannu (obiettivo secondario della missione) dove riescono a distruggere alcuni aerei parcheggiati sulla pista dell’aeroporto. Alla fine di questa terribile incursione si contano 118 morti (83 civili, 35 militari) e 330 feriti, nella maggior parte civili orrendamente mutilati dalle schegge delle bombe a frammentazione.

http://spazioinwind.libero.it/gonnosfanadiga/gonnosfanadiga.html

http://spazioinwind.libero.it/gonnosfanadiga/gonnos1943.htm


Testimonianza di Monsignor Severino Tommasi, nel 1943, era parroco di Gonnosfanadiga.

Egli visse in prima persona il bombardamento, lo strazio del terribile eccidio, lo sconforto dei parenti rimasti miracolosamente vivi. Più tardi riportò nel diario il tragico pomeriggio del 17 febbraio 1943:

“ …pochi interminabili minuti di un fragoroso ronzio di aerei che proveniva dall’alto, lontano, di frastuono di bombe seminatrici di morte… poi il sangue, i lamenti dei feriti, la disperazione, la conta delle vittime, il pianto dei parenti, amici, vicini”.

“…fu colpita la moglie del fu Antioco Putzolu dove furono uccise – ridotte in brandelli – le due figliole Putzolu Curreli Giovanna di anni 21 e Putzolu Curreli Annita di anni 18, assieme a Urracci Gina di anni 25 ed un bambino di anni 5 Sedda Ilario. Questi due ultimi provenivano da una casa contigua, dove si era festeggiato in quella mattina lo sposalizio d Saiu Antonio con Urraci Tomasina. Gli sposi erano partiti poco prima in viaggio di nozze; e Gina, sorella della Sposa, era venuta insieme con il piccolo Ilario a prendersi un momento di svago in casa delle Putzolu; ove trovò la morte insieme con loro.  Gli avanzi del bambino poterono essere raccolti dalla madre entro un tovagliolo, e, insieme con la testa e con una gamba rimaste intere, essere portati dal padre al Campo Santo”.

“…Ad un altro nipotino Mallica Giovanni di anni 3 fu nettamente asportata la mano sinistra. Fu subito fasciato quasi senza che egli si rendesse conto dell’accaduto. Ma poi, un pò sorpreso di essere senza mano e stringendo con la destra il moncherino dell’altro braccio, si presentò tutto calmo alla nonna e così le disse: “nonna, guarda che cosa mi hanno fatto quelli spari”. Fu cercata la mano e per il momento non fu trovata. Ma, alla tarda sera, il gatto che l’aveva trovata, forse sui tetti, venne a deporla, quasi compreso di una somma riverenza e pietà, presso i familiari del ferito”.

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Testimonianza del Generale Bruno Scotti, al tempo di stanza a Gonnosfanadiga. Il Generale Scotti inviò questa lettera al sindaco di Gonnosfanadiga:

“Finalmente, dopo tanto tempo, sento parlare del bombardamento di Gonnosfanadiga. Io c’ero ed ancora non ho digerito tutta la rabbia e il dolore accumulato in quel giorno. Ero accantonato, con la mia batteria, in una casermetta funzionale alle porte del paese. Davanti alla casermetta erano schierati, senza mimetizzazione, cavalli, cannoni e trattori. Quel giorno, bassi, abbiamo sentito passare su di noi gli aerei: non ci hanno considerato. Abbiamo sentito gli scoppi in paese. Non so descrivere la scena: abbiamo allineato lungo il marciapiede i corpicini straziati di tanti bambini. Mi veniva da urlare: perché non ve la siete presa con noi soldati? Invece dei bambini che uscivano dall’asilo: erano vostri nemici? Eppure proprio i bambini erano le vittime destinate. So di affermare una cosa grave. Non sono più stato da allora a Gonnosfanadiga, ma sono sicuro che ancora oggi un osservatore che passa per la via principale ed osserva i marciapiedi vede sul lato verticale dei massi i segni dell’offesa nemica. Questo perché gli aerei lanciavano delle granate dotate di una spoletta di prossimità che le faceva scoppiare in vicinanza del suolo e proiettare verso il basso frammenti di un grosso mollone d’acciaio contenuto nella granata, come abbiamo constatato smontando alcune granate rimaste inesplose. Erano delle granate fatte a posta per ammazzare i bambini e, forse, ferire le parti basse degli adulti. Ma cosa avevano fatto, contro gli americani o gli inglesi, i bambini di Gonnosfanadiga?”

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Trascrizione della lettera che Raffaele Melis scrisse alcuni anni fa, a L’UNIONE SARDA:

“..Era il primo pomeriggio del 17 febbraio 1943; un bel pomeriggio di sole. A Gonnosfanadiga gli uomini anziani, come di consueto, si ritrovavano a piazza del mercato a commentare gli ultimi avvenimenti di guerra; qualche fortunato possessore di radio riferiva le notizie dell’ultimo comunicato, qualcun altro sommessamente aggiornava il doloroso elenco dei giovani del paese morti in guerra o di coloro dei quali non si avevano più notizie da molto tempo. Le donne erano intente ai soliti quotidiani lavori. I ragazzi, per strada o nei cortili, continuavano a giocare al salto della fune, a far girare la trottola, a dar calci e a rincorrere una palla fatta di stracci. Mancava poco alle 14, quando un brusio sordo e pesante attirò l’attenzione di tutti che si volsero a guardare il cielo verso sud, dal lato della montagna. Passarono alcuni minuti prima che il brusio diventasse un rumore di aerei sempre più distinto e, all’improvviso, sbucarono da dietro le colline i primi tre aerei; subito dopo altri tre e altri ancora. In un istante furono sopra l’abitato. Un attimo, e subito furono scoppi secchi seguiti da un’eco sinistra. Si sollevò un gran polverone, i pali elettrici per terra; i fili aggrovigliati, un odore di intonaco vecchio e di polvere da sparo. Per tutto il paese fu un intrecciarsi di grida, pianti e un disperato chiamare nomi “Antonio, Franco, Maria, Salvatore, mamma…”, correre alla ricerca del figlio, chiamarlo a gran voce, piangendo, mordendosi le labbra, con il cuore in tumulto; vedere la gente attorno stordita, incredula e lasciarsi andare ad un pianto a dirotto stringendo finalmente a sé l’esile corpo di un bambino. La polvere si sollevò nella parte del paese colpita dalle bombe. Nella piazza del mercato il lancio della bomba fu di tragica precisione: scoppiò proprio dove c’era l’assembramento più folto. Passarono interminabili momenti prima che qualcuno dei tanti scaraventati a terra dalle deflagrazioni potesse dare segni di vita. Dopo i primi attimi di paura e di smarrimento, la gente delle case vicine, risparmiate dalle bombe, accorse sul luogo della strage. Tra i rami degli alberi caduti, le macerie e il fumo, furono apprestati i primi soccorsi: comparvero lenzuoli e vennero fatti a strisce per apprestare improvvisate medicazioni. Un’anziana donna raccolta dalla strada venne adagiata sopra una coperta, dentro il tabacchino. Il dottor Marongiu, farmacista del paese, caduto vicino al muro, era già morto; tanti si lamentavano e altri restavano immobili. Un rincorrersi di voci, di pianti, di racconti strazianti: in via Cagliari, vicino al fiume, una bomba era esplosa in un crocicchio dove c’erano tanti ragazzi e una mamma aveva appena fatto in tempo a vedere l’unica figlia spirare tra le braccia di una vicina, mentre l’altro suo bambino con la mano sinistra teneva il braccio destro maciullato, grondante di sangue, si lamentava penosamente e girava attorno alla sorella morta. A due passi da lì, proprio sul greto del fiume, una bomba aveva seminato morte tra le donne che facevano il bucato. Nel panificio del signor Casti le schegge di una bomba avevano ferito alcuni bambini e una grossa ragazza si era accasciata vicino aduna vasca da bucato, colpita a morte. In una casa erano stati falciati i due bambini di una signora sfollata da Cagliari. Arrivarono i camions del vicino distaccamento militare; cominciò la pietosa opera di raccolta dei morti e dei feriti. Il vecchio dott. Cabitza e il medico militare dott. Dore, tra i feriti che si lamentavano e il pianto dei parenti, per tutta quella sera e fino a notte inoltrata si prodigarono per curare, consolare e amputare arti, e tanti gonnesi, ancora oggi, nella loro persona portano i segni della violenza di quel giorno. Alla sera calò un freddo pungente: ci si raccolse in silenzio a casa propria o nelle case dei parenti e degli amici colpiti. Alla luce del fuoco dei camini e dei molti lumini per le anime dei defunti allineati sul tavolo della cucina, si parlava sottovoce: “Sembra che i morti siano più di cento, il numero giusto non lo si sà. E i feriti… quelli non si contano” E intanto continuava triste e interminabile il rintocco delle campane a morto.”

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La motivazione della medaglia di bronzo al merito civile

«Durante l’ultimo conflitto mondiale, in seguito ad un violentissimo bombardamento alleato che provocò numerose vittime e danni all’abitato, la popolazione tutta si adoperò instancabilmente nel soccorso delle vittime, affrontando poi, con grande spirito di sacrificio, l’opera di ricostruzione.» — Gonnosfanadiga (Ca), 17 febbraio 1943.
Da L’UNIONE SARDA di venerdì 26 aprile 2002:
Gonnosfanadiga – Il comune rifiuta il bronzo in memoria della strage compiuta dagli aerei alleati. “Offesi dalla medaglia di Ciampi”. Il sindaco Porta: “I morti sotto le bombe meritano l’oro. Il riconoscimento ci fa piacere. Ma la medaglia di bronzo è un offesa per i morti e il paese”. Il sindaco Franco Porta ringrazia il presidente Ciampi che, in occasione del 25 aprile ha destinato a Gonnosfanadiga una delle otto medaglie al merito civile in ricordo del violento bombardamento angloamericano che provocò 118 morti e 330 feriti (fra cui decine di mutilati), ma contesta il tipo di medaglia assegnata. “Quando il prefetto – afferma il sindaco – mi ha consegnato la medaglia di bronzo gli ho anticipato che il consiglio comunale chiederà un supplemento d’inchiesta. Per quanto è accaduto il 17 febbraio del 1943 alla popolazione deve essere riconosciuta la medaglia d’oro. “Gonnosfanadiga è il paese, considerato il numero degli abitanti di allora, che ha avuto più vittime tra i civili” sostiene Mario Zurru, consigliere di minoranza”.

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Da L’UNIONE SARDA del 10 maggio 2002:

Un’intervista a Marco Coni, autore insieme a Francesco Serra, del libro “La Portaerei del Mediterraneo”, Edizioni Della Torre, Cagliari 1982
Avvocato Coni, fu un errore umano o un eccidio voluto? “Un errore. Erano due squadre aeree, una aveva come obbiettivo Decimomannu, l’altra l’aeroporto di Villacidro. Villacidro era coperto di nuvole e non l’hanno trovato. Questa gente aveva fretta di tornarsene a casa e quindi di mollare le bombe il più presto possibile. Questo avveniva in tutti gli eserciti del mondo, in tutte le azioni di guerra. Dicono di aver colpito delle “barracks”, che in americano vuol dire caserme. Hanno visto qualche apprestamento militare, hanno mollato le bombe e se ne sono andati… È possibile che qualcuno abbia tentato di nascondere questa vicenda? “No, non c’era nessuna ragione. In genere gli americani quando fanno di questi errori lo dicono. C’é una favoletta che veleggia su questa faccenda. Si dice che un giovane di Gonnosfanadiga, emigrato negli Stati Uniti e arruolato nelle forze aeree, si sarebbe voluto vendicare per alcuni torti fatti a lui e alla sua famiglia. Ma è appunto una favola”.

Il 67° anniversario della strage di Gonnosfanadiga

http://giornaleonline.unionesarda.ilsole24ore.com/Articolo.aspx?Data=20100218&Categ=19&Voce=1&IdArticolo=2431351

http://www.comune.gonnosfanadiga.ca.it/news/index.php?nop=vis_news&nid=191&chi=news

http://www.lagazzetta.net/new/index.php?id=534



Per ulteriori approfondimenti

http://mario-wwwmarioflorecom.blogspot.com/2010/02/febbraio-1943-cronologia-di-una.html

http://www.ufficiostampacagliari.it/rassegnastampa.php?pagina=4468

http://liberalblog.eu/2009/05/13/13-maggio-1943-distruggere-cagliari/


Una storia americana:

http://www.youtube.com/watch?v=IpbRt-DCb6E&feature=related



Napoli, 14 novembre 1942…un bombardamento come tanti

Crimini alleati dimenticati: Lago Maggiore, 25 e 26 settembre 1944

4 settembre 1943: Terracina bombardata (ad armistizio firmato ma segreto)

31 agosto 1943: 1738 vittime



fonte: https://www.facebook.com/groups/MONDOWEB/

_________________
NESSUNO PUO NASCONDERE E NEGARE LE VERITÀ ALL UMANITÀ.
http://anno2012.secretsstories.com/


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