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 VEDA :ANTICHI DOCUMENTI DELLO SPIRITO UMANO

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MessaggioTitolo: VEDA :ANTICHI DOCUMENTI DELLO SPIRITO UMANO   Ven 01 Gen 2010, 20:50

VEDA

I Veda sono i più antichi documenti dello spirito umano di cui siamo in possesso. Scrive il Wilson: "Quando i testi del Rg-Veda e dello Yajur-Veda saranno completati, noi saremo in possesso di materiali sufficienti per una giusta valutazione dei risultati che ne deriveranno, e dell'effettiva condizione, sia politica che religiosa, degli Indù in un'epoca coeva alle più antiche testimonianze finora conosciute dell'organizzazione sociale, di gran lunga anteriore al sorgere della civiltà greca, antecedente alle più antiche vestigia finora scoperte dell'impero assiro, contemporanea probabilmente solo ai più antichi scritti ebraici e posteriore soltanto alle dinastie egiziane, di cui tuttavia si conosce ancora ben poco oltre ai semplici nomi. I Veda ci forniscono abbondanti informazioni in merito a tutto ciò che più ci interessa per lo studio dell'antichità".
Esistono quattro Veda: Rg, Yajur, Sama e Atharva. I primi tre concordano non soltanto nel nome, nella forma e nella lingua, ma anche nel contenuto. Di tutti, il più importante è il Rg-Veda. I canti ispirati che gli Ariani portarono con s‚ dalla loro patria originaria in India, come il bene più prezioso, si ritiene siano stati raccolti in risposta all'esigenza di preservarne l'integralità quando, nel loro nuovo paese, essi vennero in contatto con un gran numero di adoratori di altri dèi. Il Rg-Veda è appunto questa raccolta. Il Sama-Veda è una raccolta puramente liturgica. La maggior parte di essa si trova già nel Rg-Veda e anche quegli inni che gli sono peculiari non contengono una loro propria lezione indipendente: essi sono stati adattati per essere cantati durante i sacrifici. Anche lo Yajur-Veda, come il Sama-Veda, assolve ad una funzione liturgica. Questa raccolta fu fatta per rispondere alle necessità di una religione cerimoniale. Il Whitney scrive: "Nei primi tempi vedici il sacrificio era ancora, in genere, un libero atto di devozione, non affidato alle cure di un corpo privilegiato di sacerdoti n‚ regolato nei piccoli dettagli, ma lasciato al libero impulso di chi lo offriva, accompagnato da inni e canti del Rg e del Sama-Veda, in modo che la bocca dell'offerente non tacesse mentre le sue mani presentavano alla divinità il dono che il suo cuore dettava... Tuttavia, poich‚ col passar del tempo il rituale andava assumendo un carattere sempre più formale divenendo alla fine una serie strettamente e minuziosamente regolare di singoli atti, non soltanto vennero stabiliti i versi che dovevano essere citati durante la cerimonia, ma vi si introdusse anche un corpo di espressioni, di formule verbali intese ad accompagnare ogni singolo atto dell'intera funzione per spiegarla, giustificarla, benedirla, darle un significato simbolico... Queste formule sacrificali ricevettero il nome di Yajus, dalla radice yaj sacrificare... Lo Yajur-Veda è composto da queste formule parte in prosa e parte in versi, sistemate nell'ordine in cui ci si doveva servire di esse durante il sacrificio". Le raccolte del Sama-Veda e dello Yajur-Veda devono essere state compilate nell'intervallo di tempo tra la composizione del Rg-Veda e il periodo brahmanico, epoca in cui la religione ritualistica era ormai ben affermata. Per lungo tempo, l'Atharva-Veda non godette del prestigio di un vero Veda, sebbene per i nostri scopi sia secondo per importanza solo al Rg-Veda poich‚, come quest'ultimo, è una raccolta storica di contenuti indipendenti. Uno spirito diverso pervade questo Veda, che è il prodotto di una più tarda età di pensiero, e mostra il risultato dello spirito di compromesso adottato dagli Ariani vedici di fronte ai nuovi dŠi e spiriti di natura adorati dai popoli originari del paese che essi stavano lentamente sottomettendo.
Ciascun Veda consiste di tre parti denominate Mantra, Brahmana e Upanisad. La raccolta dei Mantra, o inni, è chiamata Samhita. I Brahmana contengono i precetti e i doveri religiosi. Le Upanisad e gli Aranyaka, che discutono problemi filosofici, sono le parti conclusive dei Brahmana. Le Upanisad contengono la base spirituale di tutto il successivo pensiero del Paese. Delle prime Upanisad, l'Aitareya e la Kausitaki appartengono al Rg-Veda, la Kena e la Chandogya al Sama-Veda, la Isa, la Taittiriya e la Brhadaranyaka allo Yajur-Veda, e la Prasna e la Mundaka all'Atharva-Veda. Gli Aranyaka si collocano tra i Brahmana e le Upanisad e, come suggerisce il loro nome, costituiscono oggetto di meditazione per coloro che vivono nelle foreste. I Brahmana trattano il rituale che deve essere osservato dal capo famiglia, ma quando questi nella sua vecchiaia si ritira nella foresta è necessario qualcosa che sostituisca il rituale, e a ciò provvedono gli Aranyaka. Gli aspetti simbolici e spirituali del culto sacrificale sono oggetto di meditazione, e questa meditazione prende il posto dell'esecuzione del sacrificio. Gli Aranyaka rappresentano l'anello di congiunzione tra il rituale dei Brahmana e la filosofia delle Upanisad. Mentre gli inni sono la creazione dei poeti, i Brahmana sono l'opera dei sacerdoti, e le Upanisad le meditazioni dei filosofi. La religione naturalistica degli inni, la religione ritualistica dei Brahmana e la religione spirituale delle Upanisad corrispondono molto da vicino alle tre grandi divisioni dello sviluppo religioso secondo la concezione hegeliana. Sebbene in un'epoca posteriore queste tre divisioni siano coesistite, non c'è dubbio che originariamente si svilupparono nel corso di epoche successive. Le Upanisad, se in un certo senso rappresentano la continuazione del culto vedico, in un altro senso costituiscono una risposta alla religione dei Brahmana.

http://www.vedanta.it/sastra/veda.htm

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MessaggioTitolo: Re: VEDA :ANTICHI DOCUMENTI DELLO SPIRITO UMANO   Ven 01 Gen 2010, 20:51


I Veda sono la creazione di una antica struttura mentale intuitiva e simbolica, alla quale la mente successiva dell'uomo, fortemente intellettualizzata e governata da un lato dall'idea razionale e da concezioni astratte, dall'altro dai fatti della vita e della materia accettati per come essi si presentano ai sensi ed all'intelligenza senza ricercare in essi alcun significato divino o mistico, abbandonandosi all'immaginazione come gioco della creatività estetica piuttosto che come possibilità di apertura delle porte della verità e confidando nei suoi suggerimenti solo quando essi sono confermati dalla ragione o dall'esperienza fisica, esclusivamente consapevole di intuizioni prudentemente intellettualizzate recalcitrante verso la maggior parte delle altre, è cresciuta totalmente estranea.
Non è perciò sorprendente che i Veda siano diventati incomprensibili alle nostre menti, tranne che nel loro aspetto linguistico più esteriore e conosciuti inoltre molto imperfettamente per l'ostacolo costituito da una lingua antica e non pienamente compressa, e che si siano fatte le più inadeguate interpretazioni per ridurre questa grande creazione di una mente umana giovane e splendida a uno scarabocchio pasticciato e mutilato, a un pot-pourri incoerente di assurdità di un'immaginazione primitiva tesa a complicare ciò che altrimenti sarebbe l'assai semplice, uniforme e comune testimonianza di una religione naturalistica che rispecchiava solo e solo poteva servire i rozzi e materialistici desideri di una barbara mentalità di vita.
I Veda divennero poi, per l'idea scolastica e ritualistica di preti indù e dei Pandit, niente di più che un libro di mitologia e di cerimonie sacrificali; gli studiosi europei, ricercando in essi solo ciò che era di un qualche interesse razionale - la storia, i miti e le nozioni religiose popolari di una razza primitiva - hanno tuttavia fatto il torto peggiore ai Veda e insistendo su una interpretazione totalmente esteriore li hanno spogliati ancor di più del loro interesse spirituale e della loro bellezza e grandezza poetica.
Ma così non era per i Rishi vedici, o per i grandi veggenti e pensatori che li seguirono e svilupparono dalle loro intuizioni luminose e pregnanti una propria, meravigliosa struttura di pensiero e parola costruita su una rivelazione spirituale e un'esperienza senza precedenti. I Veda furono per questi antichi veggenti il Mondo che scopriva la Verità rivestendo di immagini e di simboli i significati mistici della vita.
Fu una scoperta e uno svelarsi divini della potenza della parola, della sua misteriosa capacità di rivelazione e di creazione, non la parola dell'intelligenza logica, razionale o estetica, ma quella di una ritmica espressione intuitiva e ispirata, il mantra.
Immagine e mito vennero liberamente usati, non come un indulgere all'immaginazione, ma come simboli e parabole viventi di cose estremamente reali per chi le pronunciava e che non potevano trovare altrimenti la loro forma espressiva più intima e originale, e l'immaginazione stessa diventava l'officiante sacro di realtà più grandi di quelle che incontrano e trattengono l'occhio e la mente limitati dalle suggestioni esterne della vita e dell'esistenza materiale.
Questa era la loro concezione del poeta sacro, una mente visitata da qualche più alta luce e dalle sue forme in idea e parola, un veggente e un uditore della Verità, kavayah satyastrutayah.
I poeti dei versi vedici non contemplavano la propria funzione come è immaginata dagli studiosi moderni, essi non si consideravano una sorta di stregoni compositori di inni e di formule magiche al vertice di una rozza e barbara tribù, ma veggenti e pensatori, rsi dhira.
Questi cantori furono convinti di possedere una alta verità mistica e occulta, pretesero di essere i latori di un linguaggio idoneo a una conoscenza divina, e parlarono esplicitamente delle loro forme espressive come di parole segrete che dichiarano il proprio significato pieno solo al veggente, kavaye nivaanani vacamsi. E per quelli che vennero dopo di loro i Veda furono libri di conoscenza, e proprio della conoscenza suprema, una rivelazione, una grande espressione di eterna e impersonale verità quale vista ed udita nell'esperienza interiore di pensatori ispirati e semidivini. Le più insignificanti circostanze delle cerimonie sacrificali per le quali gli inni furono scritti sostenevano un potere significante simbolico e psicologico, come era ben noto agli autori degli antichi Brahmana.
I versi sacri, ciascuno in se stesso tenuto ad essere pieno di un significato divino, furono intesi dai pensatori delle Upanishad come le profonde e pregnanti parole originarie delle verità che essi cercavano, e la più alta legittimazione che poterono dare alle loro espressioni sublimi fu una citazione dei loro predecessori con la formula tad esa rcabhyukya, "questa è la parola che fu pronunciata nel Rig Veda"...
Ma il semplice buonsenso dovrebbe dirci che coloro che furono così vicini, in tutti i sensi, ai poeti originali, dovevano possedere una migliore possibilità di fare propria almeno la verità essenziale sulla questione e ci suggerisce la forte probabilità che i Veda furono realmente ciò che pretendono di essere, la ricerca verso una conoscenza mistica, la prima forma del costante tentativo della mente indiana, al quale essa è sempre stata fedele, di guardare aldilà delle apparenze del mondo fisico e, attraverso la propria esperienza interiore, alla divinità, ai poteri, all'immanenza dell'uno del quale i saggi parlano in molti modi - la famosa frase nella quale i Veda esprimono il loro più centrale segreto, ekam sad vipra bahudha vadanti. Il carattere più vero dei Veda può essere meglio compreso esaminandoli in qualsiasi punto e interpretandoli chiaramente in relazione alle loro frasi ed immagini... se li leggiamo per quello che sono senza nessuna falsa traduzione in ciò che pensiamo dovrebbero avere detto dei barbari primitivi, troveremo invece una poesia sacra suprema e potente nelle sue parole e nelle sue immagini, sebbene in altro genere di linguaggio e di fantasia creativa rispetto a quelli che noi oggi predilegiamo e apprezziamo, profonda e sottile nell'esperienza psicologica e stimolata da un'anima di visione ed espressione profondamente partecipe.
I poeti dei Veda possedevano una mentalità diversa dalla nostra, il loro uso delle immagini è di un genere peculiare e una antica tendenza della loro capacità visiva dona un profilo strano alle loro espressioni. Il fisico ed i mondi fisici furono ai loro occhi una manifestazione, una duplice e varia, e tuttavia connessa e omogenea rappresentazione di divinità cosmiche, la vita interiore ed esteriore dell'uomo una divina relazione con gli dèi, e dietro ogni realtà esisteva il solo Spirito od Essere del quale gli dèi erano nomi e personalità e poteri.
Queste divinità furono ad un tempo signori della Natura fisica e delle sue forme e dei suoi principi; i loro dèi, i loro corpi e gli intimi poteri divini con le loro corrispondenti condizioni ed energia sono innati nel nostro essere psichico perché essi sono i poteri spirituali dell'universo, i guardiani della verità e dell'immortalità, i figli dell'infinito e ciascuno di essi è anche nella sua origine e nella sua realtà ultima lo Spirito supremo che evidenzia uno dei suoi aspetti. La vita dell'uomo fu per questi veggenti una realtà combinata di verità e menzogna, un movimento dal mortale all'immortale, da una commistione di luce e di oscurità allo splendore di una verità divina la cui dimora è al di sopra, nell'infinito ma che può essere costruita nell'anima e nella vita dell'uomo, una battaglia tra i figli della luce e quelli della notte, l'ottenimento di un tesoro, della vera ricchezza, la ricompensa garantita dagli dèi all'uomo guerriero, un'avventura ed un sacrificio; e di questa realtà essi parlarono all'interno di un sistema stabilito di immagini prese dalla Natura e dalla circostante vita guerriera, pastorale e agricola della gente ariana, centrato intorno al culto del fuoco, all'adorazione dei poteri viventi della natura e alla cerimonia del sacrificio.
Ogni dettaglio dell'esistenza profana e del sacrificio erano simboli nella loro vita e nelle loro attività, nella loro poesia, non simboli morti o metafore artificiali, ma viventi e potenti suggestioni, controparti di realtà interiore. Ed essi usarono inoltre nella loro espressione un corpo stabilito e tuttavia variato di altre immagini e uno splendido tessuto di mito e parabola, immagini che diventavano parabole, parabole che diventavano miti, miti che restavano comunque immagini, e tuttavia tutte queste cose costituivano per essi, in un modo che può essere compreso di un certo genere di esperienze psichiche, realtà effettive.
Il fisico scioglieva le sue ombre negli splendori dello psichico, lo psichico cresceva nella luce dello spirituale e non esisteva alcuna linea netta di divisione in questi passaggi, ma una fusione naturale e una compenetrazione delle loro suggestioni e dei loro colori. E' evidente che una poesia di questo genere, composta da uomini con questo genere di visione o immaginazione, non può essere né interpretata né giudicata dai modelli di una ragione e di un gusto fedeli ai soli canoni dell'esistenza fisica. L'invocazione "Appari o lampo di luce e vieni a noi!" evoca ad un tempo il fenomeno dell'ascendere e del bagliore del potente fuoco sacrificale sull'altare fisico e un corrispondente fenomeno psichico, la manifestazione di una fiamma redentrice di un potere e una luce divina dentro di noi. Il... critico schernisce la sfrontata e audace e per lui mostruosa immagine nella quale Indra figlio della terra e del cielo crea il proprio padre e la propria madre; ma se ricordiamo che Indra è lo spirito supremo in uno dei suoi aspetti eterni e immortali, creatore del cielo e della terra, divinità cosmica generata tra il mondo fisico e quello mentale per ricostruire i loro poteri nell'uomo, vedremo come l'immagine non sia solo una efficace, ma una vera e rivelatrice rappresentazione, e per la tecnica vedica poco importa se fa violenza alla nostra immaginazione dal momento che esprime una più grande realtà come nessuna altra avrebbe potuto con la stessa consapevole attitudine e la stessa vivida forza poetica.

Il toro e la Vacca dei Veda, gli splendenti pastori del Sole celati nella grotta sono creature abbastanza strane per la mente fisica, ma non appartengono alla terra e nella loro sfera sono ad un tempo immagini e realtà effettive piene di vita e di significati. E' in questo modo che, dall'inizio alla fine, dobbiamo comprendere e riconoscere la poesia vedica secondo il proprio spirito, la propria visione e la verità psichicamente naturale, anche se per noi estranea e sovrannaturale, delle sue idee e delle sue immagini. I poeti vedici sono maestri dalla tecnica consumata, i loro ritmi sono scolpiti come carri degli dèi e portati da grandi e divine ali di suono ad un tempo concentrati e dilatati, ampi nel movimento e sottili nella modulazione, il loro discorso è lirico per intensità ed epico per elevazione, un'espressione di grande potere, pura e intrepida e dallo splendido profilo, dall'effetto diretto e incisivo, pienamente profusa di senso e di suggestione così che ogni singolo verso esiste allo stesso tempo come cosa definita ed autonoma e come ampia connessione tra ciò che è venuto prima e quanto lo segue. Una sacra tradizione sacerdotale fedelmente osservata diede loro sia forma che significato, ma questo significato consisteva nelle più profonde esperienze psichiche e spirituali delle quali l'anima dell'uomo è capace e raramente o mai le forme degeneravano in convenzione, poiché ciò che dovevano trasmettere era vissuto interiormente da ogni poeta e rinnovato in espressione nella propria mente attraverso le sottigliezze e le maestrie della visione individuale. Le voci dei più grandi veggenti, Vishwamitra, Vamadeva, Dirghtamas, e molti altri, toccano le più alte vette e latitudini di una poesia mistica e sublime ed esistono poemi come l'Inno della creazione che si innalzano in tremenda chiarezza alle sommità di pensiero sulle quali si muovono costantemente, con una maggiore ampiezza di respiro, le Upanishad.
La mente dell'antica India non sbagliò nel riallacciare tutta la sua filosofia, la religione e le realtà essenziali della sua cultura a questi poeti-veggenti, poiché la futura spiritualità del suo popolo è là contenuta in nuce o nell'espressione originaria. E' una grande cura e un corretto comprendere gli inni vedici come forma di letteratura sacra che ci aiuta a vedere il primo sviluppo non solo delle idee-guida che hanno governato la mente dell'India, ma dei suoi tipi caratteristici di esperienza spirituale, della sua forma mentale immaginativa, del suo temperamento creativo e del genere di forme significanti con le quali essa ha costantemente rappresentato il suo sguardo verso se stessa, la realtà, la vita e l'universo. Esiste in gran parte della letteratura lo stesso genere di ispirazione e di espressione che vediamo nell'architettura, nella pittura e nella scultura. Il suo primo aspetto è un senso costante dell'infinito, del cosmico, di realtà viste come parte della visione cosmica o da questa influenzate, dirette a favore o contro l'ampiezza dell'uno e dell'infinito; la sua seconda peculiarità è una tendenza a vedere e interpretare la propria esperienza spirituale con una grande ricchezza di immagini mutuate dal piano psichico interiore oppure in immagini fisiche tramutate dall'azione di un significato, un'impronta, una volontà di immagine psichici; e la sua terza inclinazione è ad immaginare la vita terrestre spesso amplificata, come nel Mahabharata e nel Ramayana, o altrimenti raffinata nelle trasparenze di una più vasta atmosfera, accompagnata da un significato più grande di quello terrestre o comunque presentata sullo sfondo dei mondi spirituali e psichici e non solo nella propria separata immagine. Lo spirituale, l'infinito è vicino e reale e gli dèi sono reali e i mondi ulteriori non tanto al di là quanto immanenti alla nostra esistenza.

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MessaggioTitolo: Re: VEDA :ANTICHI DOCUMENTI DELLO SPIRITO UMANO   Ven 01 Gen 2010, 20:54

il Rigveda



Ṛgveda. Manoscritto in devanāgarī, XIX secolo. Dopo una benedizione ("śrīgaṇéśāyanamaḥ ;; Aum(3) ;;"), la prima riga apre con il primo verso del primo inno del Ṛgveda (1.1.1): Agniṃ ; iḷe ; puraḥ-hitaṃ ; yajñasya ; devaṃ ; ṛtvijaṃ (Ad Agni rivolgo la mia preghiera, al sacerdote domestico, al divino officiante del sacrificio). L'accento vedico è segnalato da sottolineature in inchiostro rosso.


(SA) « indram matir hṛda ā vacyamānāchā patiṃ stomataṣṭā jigāti
yā jāgṛvir vidathe śasyamānendra yat te jāyate viddhi tasya »
(IT) « Procedendo dal cuore assume la forma di Inno, e giunge ad Indra come suo Signore. Esso è ben presente quando viene recitato durante il sacrificio. Indra sii consapevole di ciò che nasce per te. »
(Ṛgveda, III, 39,1)
Il Rig-Veda (devanāgarī ऋग्वेद, Ṛgveda; o Ṛgveda saṃhitā (lett.: veda, "la sapienza"; Ṛg "degli inni" o "delle strofe"; saṃhitā "raccolta". "La raccolta delle strofe della sapienza (o della conoscenza"), è la prima raccolta di inni religiosi composti in una forma arcaica di sanscrito, facente parte di un più grande insieme di testi religiosi denominati Veda, a loro volta e successivamente divenuti fondamento dell'Induismo. È attualmente impossibile stabilire con certezza la data di compilazione del Ṛgveda; gli inni sacri risalgono – nella redazione a noi pervenuta – probabilmente al secondo millennio a.C., nel periodo compreso tra il 2000 a.C. e il 1700 a.C.r knows of the Indus cities but only mentions ruins (armaka, [mahå]vailasthåna), thus could have been composed during the long period between 1990 and 1100 BCE.». Per J. L. Brockington (in Concise encyclopedia of language and religion Oxford, Elsevier, 2001, pag.126) invece i più antichi inni dei Veda, appartenenti al Rig Veda, vanno fatti risalire al 1200 a.C. " href="#cite_note-0">[1], con la sua definitiva collocazione nella forma attuale, databile al VII sec. a.C.
Il Ṛgveda descrive un sistema di credenze basato su riti sacrificali trasmesso oralmente per secoli secondo una linea denominata śākhā.
Oltre ai culti sacrificali, il Ṛgveda contiene molti altri elementi della religiosità indoeuropea. Le divinità principali in questi inni sono Indra, Agni

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MessaggioTitolo: Re: VEDA :ANTICHI DOCUMENTI DELLO SPIRITO UMANO   Ven 01 Gen 2010, 20:55

Il Ṛgveda è una raccolta di 1.028 inni denominati sùkta (lett. "ben detto"), composti da complessive 10.462 strofe di diversi versi metrici denominate mantra (o più comunemente come ṛks, "versetto, invocazione"), suddivisi in dieci libri indicati come maṇḍala (lett. "cicli"), di diseguale ampiezza, struttura e datazione, per un totale di 153.836 parole.
Il I e il X libro contengono 191 inni ciascuno.
Dal II al VII libro, il nucleo più antico del Ṛgveda, vi è la raccolta detta di "famiglia" in quanto ciascuno di questi libri fu raccolto da "cantori" (sanscrito vedico: ऋषि ṛṣi) riferibili ad una singola "famiglia":

  • il II libro appartiene alla famiglia di Gṛtsamada e si compone di 43 inni;
  • il III libro alla famiglia di Viśvāmitra e si compone di 62 inni;
  • il IV libro alla famiglia di Vāmadeva e si compone di 58 inni;
  • il V libro alla famiglia di Atri e si compone di 87 inni;
  • il VI libro alla famiglia di Bharadvāja e si compone di 75 inni;
  • il VII libro alla famiglia di Vasiṣṭha e si compone di 104 inni.

Ognuno di questi "libri di famiglia" apre con gli inni a due divinità particolari: Agni e Indra. Segue poi un ordine decrescente delle strofe.
I libri I, VIII, IX e X furono aggiunti successivamente. La più antica di queste aggiunte è rappresentata dagli inni dal 51 al 191 del I libro che seguono la logica dei "libri di famiglia", componendosi di nove raccolte riferibili ad altrettanti "cantori", ma di famiglie diverse da quelle del nucleo centrale. Buona parte della prima parte del I libro (versi dal n.1 al n.50) e parte dell'VIII libro è attribuito alla famiglia Kaṇva, contendo peraltro anche ripetizioni. L'VIII libro (complessivi 103 inni) non inizia con degli inni dedicati ad Agni e contiene delle parti, denominate vālakhilya (inni dal 49 al 59 compresi), considerate dalla stessa tradizione come quasi apocrifi essendo aggiunti alla fine dei manoscritti e non comparendo nella loro numerazione.
Il libro IX è composto da 114 inni attribuiti a oltre sessanta "cantori" e che riguardano quasi esclusivamente il rito del soma, descrivendone la preparazione ivi compresa la spremitura e la purificazione. I nomi dei "cantori" sono gli stessi della raccolta dei libri II-VII. Probabilmente erano raccolti in quei libri essendo successivamente estrapolati per comodità liturgiche.
Il libro X si fonda su tre raccolte: la prima, di 60 inni, è suddivisa per autore appartenente a 13 raggruppamenti famigliari; gli inni dal 61 all'84 formano 12 raggruppamenti di due inni ciascuno dedicati alla stessa divinità; l'ultimo gruppo, dall'85 al 191, è composto da inni senza una precisa collocazione, in questo caso piuttosto che aggiunte tardive potrebbe essere il risultato di un accoglimento di inni altrettanto antichi ma appartenenti ad altre collezioni di testi.


http://it.wikipedia.org/wiki/Rig_Veda

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MessaggioTitolo: Re: VEDA :ANTICHI DOCUMENTI DELLO SPIRITO UMANO   Ven 01 Gen 2010, 20:57

Secondo gli Indiani, la loro astrologia data da più di 5.000 anni, mentre i loro scritti sacri, i Veda, sono ancora più antichi.

Se guardate la datazione dei Veda in una enciclopedia (anche Wikipedia) troverete che vengono fatti risalire al massimo al 1.200 a.C..

Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine su queste date contrastanti.

La datazione ufficiale deriva dalle ricerche effettuate da Max Muller (1859), secondo il quale un popolo nomade proveniente dal Caucaso ha invaso l’India nel secondo millennio a.C. e vi ha lasciato i Veda. Questo popolo, dalla pelle chiara (ariano) è anche responsabile della disseminazione di lingue indoeuropee di cui faranno parte il Sanscrito, il Greco ed il Latino.
La datazione del più antico testo vedico, il Rig Veda, (1.200 a. C.) ha per origine la “teoria” dell’invasione ariana, inventata dal Muller, che la pone intorno al 1.500 a. C. per accordarla alla cronologia biblica. E’ sempre Muller che chiama gli invasori bianchi “ariani” e indica i residenti dalla pelle scura col nome di “Dravidiani”. In questo modo pensa di spiegare scientificamente il significato della “guerra tra le potenze della luce e quelle delle tenebre, indicata dagli antichi scritti vedici come un combattimento tra popoli dalla pelle chiara contro popoli dalla pelle scura.

Da un secolo e mezzo questa è la ‘verita’ assodata che viene insegnata in tutte le scuole occidentali e in molte scuole indiane.

Prima di addentrarci su una datazione precisa dei Veda vediamo di indicarne l’ordine della loro composizione.
Eccolo:
Il Rig Veda è il più antico, seguito dal Sama Veda, seguito a sua volta dal Vajur Veda e dal Atharva Veda.
I Vedangas e gli Upa-Vedas sono stati composti dopo i Veda, così come l’epopea di Mahabbarata e di Ramayana, le Upanishads e i Puranas.
Secondo la cronologia indiana il Mahabbarata è del 3.100 a. C., il Ramayana del 4.300 a.C. e Manu del 6.776 a. C..
Per nostra fortuna i testi vedici contengono molte informazioni su avvenimenti astronomici, informazioni che debbono per forza esser state viste da chi le ha scritte.
Il rig Veda, ad esempio, descrive un eclisse ‘centrale’ solare avvenuta un unica volta in tutta la nostra storia e che è datata dagli astronomi il 26 luglio 3928 a. C.
Oltre ai dati astrologici che fanno risalire il Rig Veda ad almeno 3.900 anni prima di Cristo, vi sono poi tutta una serie di scoperte archeologiche avvenute nell’ultimo secolo.
Tali scoperte (oltre 1.000 siti archeologici) indicano senza ombra di dubbio l’esistenza di una civiltà Sindo-Sarasvati che ha conosciuto il suo massimo splendore nel 3 millennio a. C..
I reperti trovati mostrano una pianificazione urbana con vie ad angolo retto ed orientate secondo i punti cardinali, templi e case a più piani costruite in mattoni, magazzini, negozi, bagni privati e pubblici, oggetti di artigianato, ceramiche, maioliche, metalli e gioielli. Nonchè l’uso di unità standadizzate di misure e di peso.

Nella capitale, Harappa, indicata nei Veda, sono stati trovati scritti, in una lingua che viene indicata come la capostipite del Sanscrito, datati 4.500 anni prima di Cristo. Si è anche individuata con i sonar quella che potrebbe essere la città più antica del mondo (7.500 a. C.), che attualmente è coperta dal mare, e che è chiamata Cambay.

Nel Rig Veda si fa l’elogio di Sarasvati, un immenso fiume la cui larghezza in alcuni posti viene raggiunge secondo i sacri testi i 7 chilometri circa.
Dal momento che di questo fiume leggendario non v’era alcuna traccia, il Sarasvati fu considerato dalla scienza ufficiale per due secoli come una bella leggenda e di conseguenza i testi vedici furono visti come una raccolta di poesie, leggende e recite mistiche.
Recenti fotografie da satellite hanno però finalmente rivelato l’esistenza di un fiume secco, il Sarasvati, sulle cui rive si trovano un gran numero dei siti archeologici che hanno riportato alla luce le antiche città descritte dai Veda.
Da ciò si deduce che il fiume di cui parla il Rig Veda è sicuramente esistito, che la civilizzazione descritta dai Veda è esistita ed era, come descritto, sulle rive del fiume.
Il fiume stesso, nel corso di alcuni secoli si seccò. Scomparve completamente intorno al 1.900 a. C.. Ciò ha come conseguenza che il Rig Veda dovette per forza essere stato scritto in epoca precedente.

Sempre secondo la “teoria” ariana, gli Indiano hanno conosciuto i cavalli in seguito all’invasione del popolo dalla pelle bianca che li ha introdotti nel paese (secondo millennio a.C.).
Recentemente però sono stati ritrovati in India ossa di cavalli risalenti al 5.000 a. C..

In moltissimi siti archeologici sono inoltre stati rinvenuti altari costruiti secondo i precisi dettami vedici e statuette raffiguranti divinità vediche, svastiche e figure nella posizione tiipica dello Yoga. Tutti reperti databili in tempi precedenti il 3.000 a. C.

Altro punto che indica l’antichità dei Veda è l’astrologia, i cui principi base si ritrovano nell’Jyotisha Vedanta che sviluppa concetti contenuti nel Rig Veda..
A proposito di astrologia è interessante notare quanto scoperto dall’astronomo francese Jean-Sylvain-Bailly nel 18 secolo:
…i movimenti delle stelle calcolati dagli Indù da circa 4500 anni non variano di un solo minuto dalle tavole (moderne) di Cassini e di Meyer. Le tavole indiane danno la stessa variazione annua della Luna di quella scoperta da Tycho Brahe- una variazione sconosciuta alla scuola d’Alessandria ma anche dagli Arabi. …“.
I segni dello zodiaco, uguali a quelli che conosciamo oggi, appaiono già nel Rig Veda il che indica che lo zodiaco è vecchio almeno come i Veda ed era usato in India ben prima che in Babilonia (dove gli eruditi dicono sia nato).

Da tutto ciò, sia a livello di datazione astronomica dei testi, sia a livello dei loro contenuti, sia dai ritrovamenti archeologici di Harappa e dei suoi scritti si può con certezza affermare che l’astrologia vedica è vecchia di almeno 5.000 anni, mentre emerge chiaramente come la “teoria” dell’invasione ariana non regge e la “supposta” datazione dei Veda stabilita da Muller non è valida.

P.S.: Il Mahabbarata descrive una guerra e dà alune indicazioni astronomiche. Da queste non solo si può dedurre come all’epoca in cui fu scritto erano consciuti i pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove, Urano e Pluto, ma dalla posizione indicata per quest’ultimo si può risalire alla data della guerra stessa: il 5.561 a. C.! (http://www.hindunet.org/srh_home/1996_7/msg00126.html)

Alcuni links per approfondire:
The Indus Civilization
Harappa
Fishes
The indus script
Saturn and the tortoise
‘Earliest writing’ found (BBC News)
Dwarka (Mahabbarata)
The Lost City of Dvaraka
Indian civilisation ‘9,000 years old’ (BBC News)
Lost city ‘could rewrite history’ (BBC News)
Indus astronomy symbols
Proof of Vedic Culture’s Global Existence
The Myth of the Aryan Invasion of India



http://mcz06.wordpress.com/2009/02/02/antichita-dei-veda/

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MessaggioTitolo: Re: VEDA :ANTICHI DOCUMENTI DELLO SPIRITO UMANO   Ven 01 Gen 2010, 20:59

il Samaveda

Il Sama Veda

Il Sama veda segna il passaggio da uno spirito puramente religioso ad un atmosfera dove la freddezza e l'artificiosità formale diventano sempre più importanti.

Lo spirito della religione rimane sullo sfondo, mentre assumono grande importanza le sue forme.

Viene sviluppata la liturgia e gli inni vengono presi dal Rg veda per essere adattati all'attività sacrificale. Diventa così una raccolta puramente liturgica, dove ogni preghiera viene abbinata ad un rito particolare e tende al conseguimento di qualche vantaggio materiale.

Essa e' destinata al "Sacerdote" "Udgatar", il cantore della udgtha, parte centrale e più importante del canto, che con i suoi accoliti gira attorno alla piattaforma sacrificale salmeggiando alcuni inni con caratteristiche melodie cariche di potere sacro (i Saman - "i Divinizzati" ), talora ricorrendo soltanto ad una voce ben coltivata, talora accompagnandosi con uno strumento a corde simile al liuto la "Vina".

La Samavedasamhita comprende 1549 strofe, queste quasi tutte compaiono già nei precedenti "libri" dello Rgvedasamhita.

Probabilmente la sua compilazione risale all'intervallo di tempo che va dalla composizione dello Rgveda e il periodo Brahmanico, epoca in cui la religione ritualistica era ormai ben affermata.

La raccolta comporta due grandi partizioni:

1. Il Purvarcika ( "prima serie di strofe") 585 inni di cui viene data solo la prima strofa, considerata la matrice/ vulva (la Yoni) da cui nasce la melodia in cui viene intonato il testo. Esso consta di quattro sezioni; le prime tre prendono nome dagli dei Agni, Indra e Soma Pavamana, la quarta è un Aranyaka e quindi spesso viene considerata una parte indipendente

Seguono come appendice "i canti da cantarsi nel villaggio" (Gramageyagana) e i " canti da cantarsi in luogo selvaggio" (Aranyageyagana). In questo caso i testi degli inni sono presentati completi e anche il modo in cui vanno cantati.

Spesso tra i ritornelli e le esclamazioni ricorrono spesso le sillabe sacre essenza stessa dei Mantra tra cui primeggia il Pranava, ossia il suono Om.

2. Lo Uttararcika (serie ulteriore di strofe) che fornisce i testi di 400 inni di tre strofe. Come appendice si hanno, specialmente correlati al sacrificio del Soma "i canti della comprensione" e i canti di "ciò che va compreso" detti anche il segreto.

Due grandi brahmana compaiono nel Samaveda; il Tandyamahabrahmana da cui prende vita come suo supplemento il Chandogyabrahmana i cui ultimi otto capitoli formano l'omonima Upanisad, tra le più antiche e importanti dal punto di vista speculativo. Secondo brahmana è il Jaiminyabrahmana da cui prende vita nella quarta sezione la fumosa e criptica Kenopanisad .

http://www.vedanta.it/sastra/sama_veda.htm

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MessaggioTitolo: Re: VEDA :ANTICHI DOCUMENTI DELLO SPIRITO UMANO   Ven 01 Gen 2010, 21:02

L'Atharva Veda

Gli ariani vedici come abbiamo in precedenza accennato, avanzando nell'India si imbatterono in tribù non civilizzate, selvagge e barbare, dove vigeva il culto della magia, della stregoneria.

Mentre il Rgveda deriva dal periodo di conflitto tra gli ariani dalla pelle chiara e i Dasyu dalla carnagione scura, che la mitologia indiana trasformerà nella lotta fra i Deva e i Raksasa, l'Atharva veda parla del periodo in cui il conflitto è risolto e le due razze stanno cercando di vivere in armonia tramite scambi reciproci.

Da questo scambio, da questo compromesso, il pensiero ariano venne inevitabilmente contaminato dalla cultura del posto, e l'Atharva veda prende vita proprio dal tentativo di integrare la religione del posto con il puro pensiero ariano. La forte contaminazione con la magia, con la stregoneria fa si che venne considerato parte dei Sacri Veda solamente in un secondo tempo e con notevoli difficoltà. Nelle due "branche" a noi pervenute, quelle degli Saunakiya e quella dei Paippalada, seguaci del saggio Pippalada, troviamo inni intrisi di formule magiche, di scongiuri, malocchi, esorcismi che pronunciati dalla persona da beneficiare o dallo stesso stregone sono diretti a procurare la più grande varietà di fini desiderabili.

La religione vedica più pura cede il posto ad un infantile fiducia nella stregoneria e nella magia, ed è lo stregone, colui che tratta con gli spiriti, che viene ad assumere il ruolo predominante.

Il mantra e la preghiera che nel Rgveda è uno strumento di elevazione, qui è piuttosto usato come strumento di superstizione.

Nonostante gli inni dal contenuto magico rappresentano almeno numericamente, la parte principale dell'intera raccolta, si trovano anche inni di contenuto teosofico e cosmogonico con elementi in comune con le Upanisad e i Brahmana.

Troviamo il culto del Tempo -Kala-, del desiderio - Kama - del sostegno - Skambha-. Skambha è il principio supremo chiamato anche Prajapati, Purusa, Brahman. Troviamo Rudra divinizzato, il signore degli animali, anello di congiunzione tra le religione vedica e il successivo culto di Siva.

La dottrina delle forze vitali che avrà molta importanza nella successiva metafisica indiana, viene qui trattata per la prima volta, Prana, salutato come il principio che dà vita alla natura.

Si ricollegano inoltre all'Atharvaveda la Mundakopanisad, la Prasnopanisad, e l'importantissima Manukyopanisad , l'Up. della Rana, cui argomento di dissertazione filosofica sono gli stati di coscienza veglia, sogno e sonno profondo, più il quarto trascendente che ad essi soggiace (Turiya).

Grande importanza riveste tuttavia l'Atharvaveda per l'etnologia e la storia della religione perché esso ci offre un gran numero di informazioni sulla vita quotidiana del mondo vedico e tardo vedico.

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