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 DECRIPTAZIONE DELLA BIBBIA.

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MessaggioTitolo: DECRIPTAZIONE DELLA BIBBIA.   Mar 21 Set 2010, 16:52

DECRIPTARE LA BIBBIA...


TENSIONE DELL'EBRAISMO AD UNA BIBBIA SEGRETA

di Alessandro Conti Puorger
per Edicolaweb



parti precedenti:

SVILUPPO DEL TESTO DEI LIBRI EBRAICI DELL'A.T. »
VICENDE DEI SEGNI EBRAICI »
IL GIUDAISMO E LA TORAH ORALE
Il Giudaismo è una contrazione della precedente religione d'Israele sotto l'angolatura degli ex residenti del regno di Giuda, essenzialmente perciò delle tribù di Giuda e Beniamino, le tribù reali, (e di quei Leviti che servivano nel regno del sud) deportate dopo la presa di Gerusalemme; l'anno di nascita è il 586 a.C., quando Nebuzardan, capo delle guardie di Nabucodonosor di Babilonia, razziò e distrusse Gerusalemme determinando la fine del culto pubblico del I Tempio.
La perdita dell'indipendenza, la cessazione della liturgia del Tempio con la riflessione nostalgica del fulgore dei riti e la gelosa conservazione in esilio di tradizioni religiose familiari atte anche ad accentuare ed affermare le peculiarità del popolo d'origine, sono le radici del Giudaismo che poi hanno portato all'odierno ebraismo.
In quel periodo "la scuola prese il posto del Tempio, il maestro, o scriba, quello del sacerdote sacrificante, l'osservanza delle prescrizioni religiose, e particolarmente il Sabato, la preghiera e i digiuni, quello dei sacrifici rituali." (Epistein I, "Il Giudaismo", Studio storico, Milano 1967) e la Sinagoga ("Bet-keneset" = casa di riunione) trovò in quel tempo la propria origine, probabilmente a Babilonia, per sostituire nello spirito il perduto Tempio.
Questo modus vivendi, dopo l'editto di Ciro (538) fu portato dai reduci, che ovviamente lo conservarono nel periodo della costruzione del II Tempio (520-515), ed affiancò, consolidandosi e sviluppandosi, quale altro ramo del fiume spirituale, i riti pubblici ricostituiti.
Certo è che dell'antica religione d'Israele, prima dell'esilio, si sa poco, in quanto il conosciuto fu filtrato dal giudaismo che, nel suo radicarsi e svilupparsi, fece la parte del leone coprendo tradizioni precedenti come s'arguisce dai fatti e dalle considerazioni seguenti:


  • delle 10 tribù del regno del Nord (Ruben, Simeone, Isaccar, Zebulon, Dan, Neftali, Gad, Aser, Efraim e Manasse, ognuna delle quali aveva arricchito Israele con proprie specifiche usanze), portate in esilio dagli Assiri nel 722 a.C. si dettero per "perdute" assieme alle loro antiche tradizioni;
  • la separazione dei Samaritani (da Samaria città fondata dal re Omni 885-874 a.C. capitale del regno del Nord a 5 Km da Gerusalemme, saccheggiata dagli Assiri in occasione della prima deportazione), costituiti da ebrei mischiati ad Assiri che popolarono la zona centrale della Palestina, dopo la deportazione del 722 a.C. degli ebrei del regno del Nord (considerati discendenza impura dai successivi reduci ed osteggiati da questi e viceversa, tanto da opporsi poi alla costruzione delle mura di Gerusalemme Esd. 4,4s forse anche perché erano originari prevalentemente delle tribù del nord); questi (di cui c'è tuttora una piccola comunità il cui sacerdote e ritenuto discendente di Aronne) hanno come testo sacro il solo Pentateuco e, pur non avendo altri scritti (quali agiografi e profeti), e pur non credendo nella tradizione orale, credono nel Messia, "colui che ritorna" atteso come il profeta di Dt. 18,15, credono nella risurrezione, hanno un proprio calendario e proprie usanze, sacrificano l'agnello pasquale sul monte Garizim vicino a Nablus (ove nel III sec. a C. costruirono il loro tempio);
  • il cosiddetto "ritrovamento" del libro della legge da parte di Giosia (640-609 d.C.), che dimostra che le tribù di Giuda e gli stessi Leviti avevano perso o attenuato, almeno per un tempo, le tradizioni.[/size][/size]
Fu allora che Giudaismo dovette chiedere aiuto alla tradizione che assunse autorità come "Torah orale" (di cui parleremo dopo) quando Esdra e Nemia, riorganizzarono i tornati dall'esilio.
Esdra, scriba "versato nella legge di Mosè" (Esd. 7,6) e Neemia, coppiere d'Artaserse, vennero da Babilonia con pieni poteri da parte della corte Persia per ricostruire Gerusalemme (480 a.C.).
Il loro intento fu l'osservanza scrupolosa della Legge, che manifesta la volontà di Dio e le conseguenze furono:


  • alzare barriere tra Giudei, pagani, Samaritani, e quelli del Nord;
  • l'obbligo di licenziare mogli straniere con i loro figli;
  • creare un popolo fedele ed osservante.
Fu così sentita la necessità d'ispirare tutta la vita alla Torah, unica legislazione, trovando in essa, per deduzione, insegnamenti pratici per permeare sempre più i comportamenti familiari e sociali e dare forza al nuovo insediamento nei riguardi dell'ostilità dei residenti e rafforzare la politica d'autonomia della provincia.
La fede però nel Messia e nella risurrezione, conservate anche dai Samaritani, che non accolgono la Torah orale, sta a dire che tali credenze esorbitano la tradizione orale e appartenevano alla fede dell'antico Israele, cioè nella Torah scritta di Mosè, anche se là tracce di quelle sono molto rare, a meno che non si provveda ad investigare nella Torah stessa con modalità oggi non note o desuete.
Sviluppi successivi, che portarono all'attuale ebraismo, furono:

  • i Hassidim dell'età Seleucida, nati per reazione al tentativo d'Antioco IV (175-164 a.C.) d'imbarbarire l'ebraismo fino a farlo sparire, perché scomodo alla sua idea di globalizzazione del mondo greco;
  • i Farisei o Separati (la prima menzione si trova sotto il regno di Ircano II, 135 a.C.; prima erano annoverati tra i sapienti), riuniti in una haburah = societàpiramidale, con 4 gradi di sviluppo interno a seconda del meritato rispetto di norme sempre più complesse (dai manoscritti del Mar Morto 1QS 2,19.23; 5,21-24; 1Qsa 1,18), zelanti nel rispetto della Legge, che si tenevano separati "dall'am-ha-arez = popolo della terra"; ("Ma questa gente che non conosce la Legge è maledetta!" dicono i Farisei in Gv. 7,49)
In circa 350 anni si verificò che la Legge, traccia per trovare la via di Dio, non fu più modo spontaneo e volontario per aderire al popolo eletto, ma vi si apparteneva solo adempiendo tutti i precetti, le chiose, i chiarimenti e le interpretazioni.
La Legge fu vincolo e premio, si perse l'idea di salvezza quale atto gratuito di Dio e la teologia dei meriti assunse aspetto essenziale.
Contro i Farisei, oltre ai Sadducei, che non accettavano la Torah orale, c'erano gli Esseni, originati da sacerdoti della famiglia di Zadoc e loro simpatizzanti che nel 164 a.C. in opposizione ai Maccabei (che s'erano abrogati la facoltà della nomina dei sommi sacerdote del Tempio, che però dai tempi di David erano di famiglia sadochita) si separarono e formarono una setta scismatica (sostenitori d'una restaurazione davidica).
Nel giuramento degli esseni, coloro che "s'attengono saldamente al Patto" (1QS V,3), il neofita s'impegna "a tornare alla legge di Mosè secondo tutto quello che ha ordinato." (1QS V,8 - Ad es. contro la poligamia, che con il ripudio era permessa nel giudaismo, è citato - CD IV 21 - "Come uomo e donna li ha creati" Gen. 1,27)
L'appartenenza a tale comunità perciò significa il distacco dal male e dagli "uomini dell'empietà", cioè dal re-sacerdote degli Asmodei a Gerusalemme ed in generale dal conformismo dei Giudei che lo seguivano; così, l'autorità ultima per l'interpretazione della Torah venne da loro individuata ormai soltanto nel "Maestro di Giustizia".
In Graf Reventlow Henning "Storia dell'interpretazione biblica", (Piemme '99) a proposito dell'esegesi essenica si legge: "Il testo biblico e la sua interpretazione sono legati in modo tale che l'esegesi si riaggancia a determinate parole chiave del testo (giusto, fedeltà, vivere) andando però volutamente oltre la situazione originaria in cui sono state pronunciate le parole del profeta ... Per gli esegeti di Qumran tra i termini chiave del testo e l'interpretazione sussiste abbondanza di rapporti, che però non risultano con altrettanta chiarezza al nostro modo di vedere."; cioè adottavano criteri che sfuggono agli attuali esegeti.
Il Cristianesimo, pur sorto dall'ebraismo, anche lui si stacca radicalmente dai condizionamenti giudaici e rivisita le Scritture sotto l'aspetto della rivelazione, relativizza le tradizioni del sabato e della circoncisione, chiama al soprannaturale con la risurrezione e l'escatologia, ed abbandona l'aspetto antropocentrico della salvezza.
Per il giudaismo la Torah orale è l'insieme delle tradizioni che Mosè ha ricevuto dalla bocca del Signore nei quaranta giorni e nelle quaranta notti sul Sinai; infatti, la Mishnah, che inizia con il trattato Avot (i Padri) al punto 1.1, dice: "Mosè ricevette la Torah sul Sinai e la trasmise a Giosuè..." e prosegue "... e Giosuè agli Anziani, e gli Anziani ai Profeti, e i Profeti la trasmisero agli uomini della Grande Congregazione (che i Farisei considerano propri antenati). Questi dicevano tre cose: Siate cauti nei giudizi; educate molti discepoli; fate una siepe intorno alla Torah."
La Grande Congregazione o Grande Sinagoga, che aveva anche profeti tra i propri membri, fu l'istituzione religiosa che guidò il giudaismo sulla fine del periodo dei profeti, era costituita da 120 membri (come i 120 discepoli della Chiesa nascente di Atti 1,15) convocati da Esdra e dagli scribi per far fronte ai problemi incontrati al ritorno degli ebrei dall'esilio babilonese; si trasformò nel Sinedrio d'evangelica memoria ed ebbe termine nel II sec. a.C..
Molti dei riti e della liturgia del giudaismo rabbinico sono fatti risalire a tale istituzione che stabilì l'autorità d'alcune opere iniziando così a determinare un primo canone biblico.
Se, peraltro, come ritenevano i Sadducei che non accettavano la "Torah orale" dei farisei, tutto si riducesse all'unica lettura della "Torah scritta", non occorrerebbe la relazione maestro-discepolo o sarebbe molto diminuita; infatti, tale rapporto, per i rabbini è simile a quello tra padre-figlio, sintetizzabile con la parola "pietra - ‘aboen"che contenendo fuse padree figlioci parla d'una tradizione stabile, perché appunto sulla pietra, da passare; non a caso, dicono i rabbini, Dio consegnò la Torah su un monte, scritta su pietra, perché fosse trasmessa da padre a figlio e, di conseguenza, da maestro a discepolo.
Il Sifre Deuteronomio (su Dt. 33.10 p.408) dice: Essi insegnano i tuoi giudizi a Giacobbe e le tue Torot (plurale di Torah) a Israele. Ciò insegna che due Torah sono state date a Israele, una scritta e una orale. Agnitos il governatore domandò a Rabban Gamaliel (È il 70 d.C., è il nipote del maestro di S. Paolo): Quante Torah sono state date ad Israele? Egli rispose: due, una scritta e una orale.
I pensieri della tradizione sono che dalla Torah di Dio ha indubbiamente avuto origine la Torah di Mosè e di Israele e che Dio ha consegnato il tutto a Mosè con la Torah per iscritto.
Marc-Alain Ouaknin nel libro "Le Dieci Parole" si domanda: "Cosa fa Mosè durante questi quaranta giorni? Ha ricevuto solo le Dieci Parole o tutta la Torah? (cioè il complesso della Legge: tutti gli ordinamenti ed i precetti, l'insieme dei primi cinque libri della Bibbia che chiamiamo Torah). La tradizione afferma che egli portò con sé pergamena, inchiostro e di che scrivere; che scrisse sotto dettatura di Dio l'insieme della Torah (i cinque libri di Mosè). Così si spiega come egli conoscesse la fine della storia e abbia potuto scrivere il racconto della sua morte che troviamo a conclusione del Deuteronomio."
La tradizione ritiene che con le 10 parole ha consegnato anche gli altri capitoli (Schir ha Schirim V,14; Megilla 19b; Nedarim 38a) ovvero ha concesso di copiare l'esemplare della Torah preesistente al mondo (Debarim Rabba III, 10,1; Scemot Rabba XLVII, 34, 28) oppure l'ha dettata alla sua penna (Libro dei Giubilei 2,1-33, Baba Batra 14b; 15a; Sifre a Dt. 34,5); come conferma la Torah scritta, in quanto: "Il Signore disse a Mosè: Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli." (Es. 24,12)
Lì, in effetti, Dio asserisce che quanto occorreva per istruirli l'ha scritto, indi le parti della tradizione che non trovassero fondamento nello scritto della Torah travalicherebbero l'intento di Dio.
La tradizione scritta per il plurale di "parola" "deber ="usa il maschile"debarim", mentre la tradizione orale, di cui il Talmud è la coagulazione d'interpretazioni consolidate, usa il plurale al femminile"debarot"; da qui il pensiero che per la formazione completa d'un figlio della Torah c'è bisogno dell'unione d'entrambe.
La Torah scritta è il padre, il maschile biblico che entra nel femminile del commento, la Torah orale, per far nascere il figlio della Torah; l'interpretazione e dinamica e non cessa di tramandarsi.
All'indomani della distruzione di Gerusalemme Rabbi Yohanan ben Zakkay (nascosto in una bara riuscì a fuggire dalla città accerchiata dalle legioni romane) fondò nella città di Jabneh un importante centro di studi rabbinico, un nuovo sinedrio, la cui autorità s'estese a tutta la diaspora ed il patriarca, presidente di quest'assemblea, fu da Roma considerato il rappresentante ufficiale del popolo ebraico.
Nei secoli seguenti questo sinedrio produsse, sotto il patriarca Juda ha Nasi (135-217 d.C.), la "Mishnah" in ebraico (costituita da 63 trattati) che raccoglie la legge orale sviluppata da rabbini del I-II sec. d.C., periodo contemporaneo, quindi, all'accesa polemica con i cristiani, di cui in essa si possono trovare tracce.
Questo testo a sua volta produsse commenti ed esegesi raccolti nella Gemarah scritta in aramaico.
L'insieme della Mishnah e della Gemarah formano il "Talmud" (da studiare), detto palestinese, concluso verso il VI sec. d.C.
Quel patriarcato terminò nel 425 d.C. quando il fulcro del giudaismo si spostò in Mesopotamia fuori dell'Impero.
Da qui il Talmud di Babilonia, conclusosi circa un secolo più tardi, che contiene una "Gemarah" (complemento) più ampia.
Nel Talmud si trovano parti normative "halakah" (cammino) e parti narrative, omiletiche, edificanti, "haggadah" (racconto).
La Mishnah, ove la Torah orale è tratteggiata quale anima della scritta, è la più antica opera dalla letteratura rabbinica.
"La Sacra Scrittura, la Mishnah, il Talmud e l'Hagaddah e persino ciò che un allievo perspicace un tempo dimostrerà alla presenza del suo maestro, è stato da tempo rivelato a Mosè sul Sinai." (Pea II, 17a; Megilla IV 74d, Chagiga I,76d); questo è il pensiero che sottende tutta l'opera rabbinica prodotta.
Di R. Akiva ben Josef, nato in Israele il 40 d.C. e morto martire sotto la persecuzione dell'imperatore Adriano nel 135 d.C., il Talmud (Menachot 29b) racconta che: "Quando Mosè salì sul Monte Sinai per ricevere la Torah trovò il Santo che intrecciava coroncine sulle lettere della Torah ..." anche solo da queste usciranno infiniti commenti (e si parla di lettere!).
Si cercò di fermare perciò in uno scritto quanto più si poté della tradizione o Torah orale, che poi rimase ai Tanna o insegnanti.
I libri del Talmud è così l'espressione principale dell'ebraismo post biblico formatosi per cementare il popolo disperso dopo l'assedio del 70 d.C. e la presa di Gerusalemme da parte dei Romani con la distruzione del secondo Tempio.
Nella diaspora certamente frange di sapienza e di memoria dell'ebraismo andarono purtroppo perdute ed quell'insieme d'opere non poté assorbire a pieno la vicenda di Gesù e del Cristianesimo essendo mancato il tempo per l'esame critico di quelle realtà vissuta in quel momento, peraltro, anche con forte antagonismo.
All'inizio del II Tempio, gli uomini della grande Congregazione (Abot 1,1) avevano chiesto un recinto per la Torah; cioè una trasmissione del testo scritto della Torah che conservasse ogni particolare del patrimonio consonantico ebraico.
L'affermazione di Rabbi Akiva: "La tradizione è un recinto per la Torah" manifesta, con la consuetudine tramandata di scrivere solo le consonanti, la volontà di mettere la Torah al riparo delle falsificazioni ed il timore di perdere un mistero che si sapeva esistere nel testo e tale interpretazione comporta che "Da ogni singolo accento della Torah egli (Akiva) dedurrà una gran quantità di halakhot (norme)" (Menachot 29b Rabbi Jekuda)
I rabbini divennero guide riconosciute dall'ebraismo e la loro letteratura iniziò ad avere autorità canonica nel mondo ebraico, ma solo più tardi i rabbini discussero se, benché il testo consonantico permettesse diverse letture, ci fosse una lettura tramandata da definire madre (Sanhedrin 4a-b, Makkot 8a, Pesachim 86b, Sukka 6B, ecc).
La decisione d'accettare per lezione tradizionale quella degli scribi fu consolidata dall'haggadista Jizchak (Nedarim 37b), e la pronuncia del testo biblico nella mater lectionis fu acquisita dalla Mesorah solo nel VII-X sec. d.C. (pur se in sinagoga il testo rimase senza puntature).
Le fonti prime di Bibbie masoretiche e di scritti rabbinici sono:

A) per il testo Biblico dell'A.T.:

  • i più antichi manoscritti reperiti sono di Qumran (II sec. a.C. - I sec. d.C.);
  • il Papiro Nash del II sec. d.C. contenente il decalogo Es. 20,2-17, Dt. 6,4s (conosciuto dal 1902, prima di Qumran era il più antico reperto);
  • un lotto di manoscritti, i più antichi del VII-VIII sec. d.C., trovati nel 1896 nella genizah (ripostiglio sacro) della sinagoga del Cairo;
  • Codex Cairensis, datato 895 d.C. scritto a Tiberiade IX sec.d.C.;
  • i libri dei Profeti Minori, copiati nel 916;
  • Codex Leningradensis 1008-1009 d.C. contiene tutta la Bibbia e serve come testo standard per la Bibbia ebraica Kittel e Stuttgartensia dell'XI sec. (Biblioteca di San Pietroburgo);
  • il codice d'Aleppo in Siria "Keter aram Zovà" scritto oltre mille anni fa (ora all'Istituto Ben Zevi di Gerusalemme).
B) per scritti rabbinici:


  • il "Seder Tannaim we-Amoraim" che riporta l'anno 884 d.C.;
  • la "lettera di Sherira Gaon" del 987;
I rabbini passarono per le seguenti quattro fasi, indicate già dai primi due documenti sopracitati:

  • tannaiti (aramaico tanna = schanah ebraico, ossia ripetere, insegnare) I-III sec.;
  • amorei (amar dire commentare) fino al V-VI sec. d.C.;
  • saborei (sabar = significare) revisori del Talmud Bab. VI-VII sec.;
  • geonim (gaon, eminente) capi scuola a Babilonia fino all'XI sec..
La "siepe della Torah" (di Avot 1,1) fu in pratica la sostituzione del crollato muro di Gerusalemme e così, solo chi si trova anche nel nuovo corpus di scritti, è nell'ebraismo, non basta più l'A.T da solo, e chi è fuori è tra i pagani; perciò con una prassi socio-religiosa fu ricreata una situazione di difesa analoga a quella che adottarono gli esuli che tornarono da Babilonia ai tempi di Esdra.
La Torah non s'esautora con gli scritti, ma passa anche attraverso l'insegnamento di rabbini e lo studio dei nuovi scritti.
Tale pensiero, mutatis mutandis, è anche del cristianesimo che ha la Chiesa a guardia della Torah e della tradizione apostolica ("Catechismo della Chiesa Cattolica", n° 80-82 riportati al Cap. I.2) e produsse, in quel medesimo tempo, una siepe della Torah col Nuovo Testamento (N.T.), con gli scritti dei Padri e con i ministri della parola.
Gesù nella sua predicazione riportava anche idee che circolavano nella tradizione rabbinica ebraica della Torah orale, ne stigmatizzò gli eccessi sui fardelli imposti alla gente, sulle norme del sabato, sulle prescrizioni per le abluzioni ecc. e, dalle risposte che dava era chiaro che ne era perfettamente al corrente tanto che fu anche accusato d'essere un samaritano per le idee eterodosse (Gv. 8,48).
Sintetizzò, infatti, portando all'essenziale la Torah orale: "Così tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa, infatti, è la Torah e i Profeti." (Mat. 7,12) e un modo analogo d'esposizione è nel "Talmud di Babilonia Shabbat" al punto 31 ad un pagano: "che si presentò da Hillel e questi fece di lui un proselito; Hillel disse: Ciò che è odioso a te non farlo al tuo prossimo; questa è tutta la Torah, il resto è commento; va' e studia."
Vi è dunque per Gesù e per i primi cristiani, come per gli ebrei ortodossi anche d'oggi, una Tradizione, una Parola di Dio che accoglie, interpreta e attualizza quella scritta.
Arriviamo ora, dopo il suddetto escursus storico, a quel che diceva Nachmanide Mosès nel XII-XIII d.C.: Egli (Mosè) la (Torah) ricevette anche, nello stesso tempo, sotto forma di trasmissione orale, come lettura di una sequenza di Nomi; cioè, mentre si scriveva il testo scritto nasceva nello stesso tempo un testo interno.
La questione è così spinta ad un nuovo punto di confine; c'è una Torah orale e scritta nello stesso tempo, è orale - in quanto spiegata da Dio a Mosè - e da questi ad altri nelle generazioni e costituisce il fondamento della tradizione - e nello stesso tempo è scritta, ma va letta in modo particolare in quanto è una lettura di una sequenza di Nomi.
Dio chiamò,ma si può anche pensare "lesse":

Es 19,20 "... il Signore chiamò Mosè in vetta al monte ..."
Es 24,16 "... il Signore chiamò Mosè di mezzo alla nuvola ...".

In questo sottile limite che tentò d'esplorare la cabbalà, come dirò, s'inserisce l'idea del metodo di lettura dei segni ebraici per trovare una via comune per ebrei e i cristiani, che liberi così da condizionamenti storici, potrebbero, attingervi per ritrovarsi nella stessa Torah, il cui messaggio decriptato è in definitiva supporto d'entrambe le realtà, poi divisesi.
Nello stesso "Talmud di Babilonia Shabbat" al punto 30b si parla d'un pagano che voleva convertirsi, ma non accettava l'insegnamento della Torah orale da parte Simmei che era molto rigido; quel pagano andò "...da Hillel e questi fece di lui un proselito. Il primo giorno Hillel gli insegnò Alef, bet, ghimel, dalet ... L'indomani gliele presentò in ordine inverso. Il pagano gli disse: Ma ieri tu non mi hai detto questo! Hillel allora gli disse: Non hai dunque fiducia in me? Fammi fiducia anche per quanto concerne la Torah orale." e si parla di lettere dell'alfabeto da vedere in più modi; cioè per entrare in contatto col messaggio della Torah è da passare per le lettere sacre!
Nel Sifré su Dt. 32,7: "Rabbì Simai diceva: Non vi è pericope (nella Torah) in cui non ci sia la risurrezione dei morti. Il fatto è che non abbiamo in noi la forza di manifestarlo attraverso il midrash."; ora pericope da "perikòptein" perikoptein "tagliare intorno", ritaglio anche piccolo in cui (come sostengo anch'io) si può trovare l'idea di risurrezione, e se c'era (non si ha più, solo perché è stata persa la cognizione delle lettere) si può ritrovare!
Per far comprendere con un caso concreto ciò che intendo prendo in esame il versetto prima citato di Mosè (Es. 24,12) chiamato da Dio sul monte, e lo spezzo con le con le regole del metodo dei segni inserite in "Parlano le lettere" di "Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche", a cui rimando per le regole ed i significati specifici delle lettere:

"Il Signore disse a Mosè: Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli."




"Edisseil Signorea Mosè:Dall'altoentreràla divinitàa starenel mondo,entreràin un corpo.Del mondoporterànell'esistenzala risurrezioneai viventi,porteràa venire()l'energiaad entraredella potenzadella rettitudineche verrà()il serpente a strappar via.Dell'Unicoil Figlio,portatoad entrarein croce,la porteràdal corpofuoriai viventi.Susi riporteràda primorisortocon il corpo.L'ho scrittoper istruirli!"

"E disse il Signore a Mosè: Dall'alto entrerà la divinità a stare nel mondo, entrerà in un corpo. Del mondo porterà nell'esistenza la risurrezione ai viventi, porterà a venire l'energia ad entrare della potenza della rettitudine che verrà il serpente a strappar via. Dell'Unico il Figlio, portato ad entrare in croce, la porterà dal corpo fuori ai viventi, su si riporterà da primo risorto con il corpo.
L'ho scritto per istruirli!
"

Da me uscirà la legge. (Is. 5,4) ... la pietra e la Torahabbiamo letto "Dell'Unicoil Figlio,portatoad entrarein croce,la porteràdal corpofuori";questa e la Torah del Messia!
Ecco che anche in questa pericope c'è la risurrezione e chiarisce che nello scritto c'è questa notizia da leggere; perciò forse è da intendere che ciò che Dio spiegò a Mosè fu come erano da criptare e decriptare le scritture, come fece Gesù ai discepoli di Emmaus.
Gesù, rinvia sempre alle Scritture, anche se queste di risurrezione non sempre sembrano parlare: "Non pensate che sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento." (Mt. 5,17)
Porta a compimento la Torah nel senso che attua, fa divenire fatti tutte le profezie e le sue promesse come spiega subito di seguito (Mt. 5,18): "In verità vi dico: finché non sia passato il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno della legge, senza che tutto sia compiuto."
E la traccia la sposta sulle singole lettere!
E subito dopo Gesù parla d'escatologia (Mt. 5,20): "Perché io vi dico se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli."; e sostiene che non è con il rispetto di norme e di precetti della tradizione orale, che s'entra nel regno dei cieli, ma è con la giustizia della rettitudine che Dio donerà a tutti con la risurrezione e della quale ne attesta l'esistenza con la risurrezione del Figlio crocifisso.
Nel Talmud di Babilonia (Menachot 29b) si dice: "Quando Mosè salì al cielo trovò il Santo, sia benedetto, che stava seduto a ricamare delle lettere della Torah con delle corone. Gli disse Signore del mondo chi obbliga la tua mano a fare ciò? Gli rispose verrà un uomo, al termine di molte generazioni, e il suo nome sarà Akiva ben Josef, il quale da ogni apice dedurrà per interpretazione (liderosh - con ricerca) montagne su montagne di halakot. Gli disse: Signore del mondo mostrami quest'uomo! Egli disse: Ridiscendi! Mosè andò e si sedette in fondo ad otto file di scolari, ma non capendo cosa dicevano si sentiva abbattuto. Ad un punto i discepoli domandarono ad Akiva: Rabbi dove ai imparato questo? Ed egli: è tra le rivelazioni a Mosè sul Sinai. Rincuorato Mosè tornò dal Santo e gli disse: Signore del mondo, hai un uomo come lui e dai la Torah per mezzo mio? Gli rispose: taci, è il mio pensiero."
(Questo Akiva, del II sec. d.C., sapiente dell'epoca della Mishnah, fu proprio quello dei quattro rabbini di cui dirò nel midrash che, intrapreso il viaggio mistico, uscì indenne dal Pardes, vedi: La Bibbia segreta cercata dalla cabbalà ebraica.)
Questi, che ritagliava la parola proprio in senso fisico con il metodo dell'al-tikrei (leggere in altro modo), credeva fermamente nella venuta del Messia. (Ne attendeva con fervore la venuta tanto che in tardissima età - a 92 anni - credette d'individuarlo in Simon Bar Kokeba, comandante ebraico ribelle che guidò la rivolta contro i Romani 132-135 d.C. fortunata agli inizi, con la conquista di Gerusalemme. Akiva fu martirizzato sotto l'imperatore Adriano e nella tortura, che Dio l'abbia in gloria, cantava lo Shemah per sottolineare che Dio è da amare con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze.

In definitiva, sulla rivelazione a Mosè se ne ricava:

  • Dio l'ha incisa nelle lettere ed il messaggio non è perduto;
  • la rivelazione fu data in forma ristretta, ma completa;
  • supera lo stesso Mosè, ma viene comunque da lui;
  • quanto dato mantiene in sé nelle lettere la capacità d'espansione per le generazioni con un messaggio che può far rivivere, in chi lo legge, lo spirito ricevuto da Mosè.Ora, idea implicita nel metodo dei segni che sostengo, è che questo è capace di poter dilatare di nuovo la parola della Torah scritta.
Sulla consegna della Torah orale a Mosè in un midrash (J.Peah 2.4; 17a) si ha:

"Rabbì Chaggai (in nome di Rabbaì Shemuel bar Nachman) dice: Sono state dette delle parole oralmente (per bocca) e sono state dette delle parole per iscritto. Non sappiamo quali siano, delle due, le più preziose. Ma per il fatto che sta scritto: Perché sulla base (sulla bocca) di queste parole io ho contratto un'alleanza con te e con Israele (Es. 34,27), si deve dire che le più preziose sono quelle orali."

In effetti, questa è l'alleanza che leggo scrutando quel versetto:

Es 34,27 "Il Signore disse a Mosè: Scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un'alleanza con te e con Israele."




"Efua direil SignoreDioa Mosè:di chi scriviin camminoverràper aiutaredentroil corpo;saràin un viventead entrarela divinitàche il mondodella rettitudinegioverà;dalla boccasarannoad uscire le parole.Saròun viventenel mondo;lo giuro!Per alleanzasarò a venire()cosìdentroun corpo,saròin croceportato; verrà()ad esseredella risurrezionevistala potenza."

Raccogliendo, di seguito senza interruzioni, si ha:

"E fu a dire il Signore Dio a Mosè: di Chi scrivi, in cammino verrà per aiutare dentro il corpo; sarà in un vivente ad entrare la divinità; il mondo con la rettitudine aiuterà; dalla bocca saranno ad uscire le parole. Sarò un vivente nel mondo, lo giuro! Per alleanza sarò a venire così dentro un corpo, sarò in croce portato; verrà ad essere della risurrezione vista la potenza."

La parola pietrache ci parla di trasmissione di una tradizione da passare padree figlioè così veramente profetica dell'incarnazione della Torah, cioè del Padre che ci darà il Figlio.

Dice, infatti, l'epistola 1° Pietro (2,4): Stringendovi a Lui (Gesù Cristo), pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio.
Da Sanhedrin 34a: "Un maestro della scuola di Rabbì Ismael ha insegnato: Non è forse così la mia parola: come il fuoco, oracolo del Signore, e come un martello che frantuma la roccia (Ger. 23,29) Come questo martello sprigiona molte scintille, così pure un solo passo scritturistico dà luogo a sensi molteplici."
E Shabbat 88b: "Rabbì Jochanan dice: Che cosa significa ciò che sta scritto: Il Signore ha dato una parola, annunci per un'armata numerosa (Sal. 68,12)? Ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza sul monte Sinai si divideva in settanta lingue. È stato insegnato nella scuola di Rabbì Ishmael: Non è forse così la mia parola: come il fuoco, oracolo del Signore, e come un martello che frantuma la roccia (Ger. 23,29) Come questo martello sprigiona molte scintille, così pure ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza si divideva in settanta lingue."
(Su Ger. 23,29 torneremo in altra parte)

Risiamo al 70, al vino e al segreto (vedi: "Chi legge doppio è brillo" di "Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche").
E Marc-Alain Ouaknin nel libro "Le Dieci Parole" si domanda:
"Una tradizione sostiene che Mosè scrisse tutta la Torah dalla prima all'ultima riga senza alcuna parola compiuta, come un susseguirsi ininterrotto di lettere. Ciò viene chiamata Torah hashem, la Torah di Dio. È come una sorta di nome unico di Dio ... È come una scrittura prima delle parole, senza interruzione, punteggiatura, senza ritmo, senza il minimo spazio bianco. La scrittura fluisce senza interruzioni dalla bet, prima lettera della Torah, fino alla lamed, l'ultima lettera. È un in-finito non-senso."

Questo non-senso con la "scrutatio" che si ottiene col metodo dei segni si apre in una continua profezia sul Messia, tant'è che Mosè Maimonide, nel medioevo, XII sec., nel tentativo di definire una dottrina fissa dell'ebraismo - Snhedrin X,1 - inserì 13 articoli di fede in appendice al commento della Mishnah: (Oggi accolte nel libro di preghiere, più oggetto di devozione personale che dogma di quella fede).
Tra questi vi inserì la venuta del Messia, la risurrezione dei morti con, l'esistenza di Dio, l'unicità di Dio, la incorporeità di Dio, l'eternità di Dio, il dovere di adorare Lui solo, la realtà della profezia, la superiorità della profezia di Mosè su quella d'ogni altro profeta, l'origine divina della Torah, la sua immutabilità, l'onniscienza di Dio, la ricompensa e la punizione.

parti seguenti:

LA BIBBIA SEGRETA CERCATA DALLA CABBALÀ EBRAICA »
DIFFERENZE DEL METODO DI DECRIPTAZIONE E CABBALÀ »
ISAAC NEWTON CERCAVA IL TESTO SEGRETO NELLA BIBBIA »

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MessaggioTitolo: Re: DECRIPTAZIONE DELLA BIBBIA.   Mar 21 Set 2010, 17:04

ECCO ...
questo ci serviva.....nessuno mai penserebbe che dietro ogni paragrafo biblico .... presente....nella stessa bibbia.ottimo topic
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DECRIPTAZIONE DELLA BIBBIA.
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