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 Una revisione della realtà - PARTE PRIMA

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JERICHO 2
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MessaggioOggetto: Re: Una revisione della realtà - PARTE PRIMA   Dom 13 Feb 2011, 13:09

una revisione
della realta'




Parte Quinta:
una nuova visione dell'universo




Ecco che le cose prendono un’altra piega. La natura quantica della coscienza produce un’incertezza sull’identificazione spazio-tempoenergetica dell’evento che si sta per analizzare, perché il tempo associato all’evento non esiste e nemmeno lo spazio e neppure l’energia.

La coscienza appare come una lampadina che illumina solo ad intermittenza l’osservabile e dunque non ne ha una visione continua, bensì quantizzata.

In alcuni attimi è cosciente dell’evento mentre in altri attimi non lo vede neppure. Frattanto l’evento si sposta, fluttuando, sulla griglia olografica. Quando la coscienza riapre, per così dire, i propri occhi, l’evento si è spostato virtualmente in un altro punto della griglia. Alla coscienza può apparire che l’evento galleggi in una bolla sferoidale il cui volume è proporzionale alla probabilità di trovarvi all’interno l’evento stesso.

Come si può notare, l’evento ha caratteristiche ondulatorie e si comporta né più né meno come un fotone che “espande” contemporaneamente la sua probabilità di essere trovato su tutti i punti della sua sfera di probabilità di esistenza. In altre parole, l’evento può essere collocato dappertutto nello spazio-tempo-energia: dipenderà dalla coscienza se vederlo dappertutto o collocarlo in un punto preciso della Griglia Olografica.

Ogni evento, dunque, rappresenta infiniti eventi, tutti occupanti, probabilisticamente, infiniti punti della griglia olografica. La coscienza dell’evento è quella che stabilisce dove collocare l’evento stesso (i fisici quantistici direbbero: Dove ammazzarne il pacchetto d’onda - N.d.A.).

In tal modo l’Universo ci apparirebbe differente a seconda della coscienza che ne abbiamo in generale, ma diverso anche in relazione alla coscienza che ne abbiamo “localmente”. Voler vedere un evento in un certo modo ci farebbe non tanto cambiare gli eventi, che sono già tutti scritti dall’inizio dei tempi, ma piuttosto scegliere l’evento che vogliamo che si avveri.



Il libero arbitrio

È una visione del libero arbitrio completamente differente da quelle enunciate fino ad oggi: io non sceglierei come modificare gli eventi, ma quale degli infiniti eventi desidero fortemente che mi veda partecipe.

Il mio atto di volontà, insito nell’asse della coscienza quale archetipo all’opera, farebbe in modo di scegliere, tra i vari eventi, quello che mi interessa: sposterebbe l’attenzione della coscienza da una sfera di infinite possibilità probabilistiche del verificarsi di un evento verso un solo punto della griglia olografica. In quel punto l’evento mi apparirebbe proprio come io desidero che sia, perché ho coscienza solo di quella tra le tante possibilità.

Mi pare opportuno ricordare che l’effetto M.T. (effetto meditazione trascendentale, scoperto da Maharishi Mahesh: si basa sul fatto di volere fortemente alterare la realtà.

(http://it.wikipedia.org/wiki/Maharishi_Mahesh_Yogi)

Maharishi stabilisce che la probabilità che l’evento venga mutato secondo il nostro volere dipende dal quadrato del numero delle persone che hanno partecipato alla meditazione. Il quadrato del numero dei partecipanti, è in realtà, secondo Maharishi - che per inciso è un fisico delle particelle - la rappresentazione in termini matematici della probabilità che l’evento abbia luogo, in perfetto accordo con l’aspetto probabilistico della visione di un evento da parte della coscienza, espressa, come ho detto, secondo i canoni dell’Universo Olografico di Bohm.

L’uomo dunque, a seconda della sua coscienza, si sceglierebbe inconsapevolmente il suo futuro tra gli infiniti futuri possibili, o meglio, si sceglierebbe il film che lo vede come personaggio principale, film che egli vive in un istante, ma che gli appare come l’insieme di molte esistenze.

Questa scelta sarebbe inconsapevole, anche dopo aver letto questo lavoro, a meno di non acquisire una coscienza talmente elevata da percepire in un sol colpo tutti gli eventi possibili. Questo tipo di acquisizione di coscienza produrrebbe la fine dell’esistenza così come noi oggi la percepiamo. L’idea di una coscienza quantica appare anche in accordo con l’ipotesi secondo la quale la creazione della parte virtuale dell’Universo (Spazio, Tempo ed Energia) si manifesti in modo quantizzato, come una lampadina che si accende ad intermittenza, non solo localmente dentro ognuno di noi, ma anche in tutta la coscienza universale.





Ciò produrrebbe, dal nostro punto di vista virtuale, l’inizio e la fine dell’Universo, seguiti da un altro inizio ed un’altra fine e così via di continuo…

Un universo quantizzato creato in un solo istante, come tante gocce tutte insieme (i quanti di spazio, tempo ed energia) sarebbe in accordo con una coscienza quantica che crea, in un solo istante, quello corrispondente al suo stato ON (cosciente), essendo l’altro stato, quello OFF, non cosciente.



Conclusioni

Per la scienza attuale non c’è alcuna possibilità di dimostrare che le cose che ho detto sono false, poiché esse non si basano su teorie strampalate ed utilizzano gli stessi dati sperimentali fino ad oggi accettati, ma ne danno una differente interpretazione, la quale spiega anche ciò che i vecchi approcci relativistico-quantistici non riescono a spiegare. Una visione di questo tipo mi fa girare la testa e mi provoca un senso di “mal di mare”, a causa, se non altro, dalla mia apparente impotenza a fermare la giostra sulla quale sono salito.

Ma mi consolo osservando che la Coscienza, nella sua eternità quantica, assomiglia molto alla descrizione di Anima immortale, la quale si comporterebbe come un Fotone onda, che a sua volta sarebbe l’espressione di un asino materiale. Gli asini, infatti, sono come i fotoni: quando non li vedi volano, ma siccome sono timidi, quando li osservi stanno fermi, proprio come i fotoni che, se li guardi, si comportano da particelle, ma se non li guardi direttamente, sembrano onde. In fondo l’Universo intero sembra composto da una sola Coscienza, poche Anime, molti fotoni ed infiniti asini.

Post Scriptum

Prima di pubblicare questo lavoro ho sentito la necessità di farlo leggere ad alcuni addotti. Ne ho scelto un campione ristretto e, tra questi, ho introdotto una persona con Anima, ma non addotta, che ha collaborato con me per studiare, con l’ipnosi, delle situazioni riguardanti il colloquio con Anima. Ne sono scaturite alcune considerazioni di carattere generale che ho ritenuto opportuno aggiungere brevemente in coda al lavoro, perché di un certo interesse per chi segue queste tematiche.

Innanzitutto, in generale, chi ha visionato il manoscritto ha sentito abbastanza sue le descrizioni dell’Universo Olografico e so bene che l’approvazione di un addotto è molto importante. Gli addotti di solito sviluppano capacità sensoriali che vanno al di là delle comuni capacità umane. Le loro esperienze, infatti, li hanno portati a far fronte a situazioni particolari nelle quali l’utilizzo inconscio di facoltà paranormali era fondamentale. Siccome qui si parla di Coscienza, ho ritenuto che fosse utile effettuare un test con coscienze di addotti, o comunque evolute, riguardo ai concetti esposti ed alla proposta di Universo Olografico. Così anche chi è munito di Anima, ma libero da esperienze di abduction, ha creduto di vedere in questo lavoro un ulteriore positivo tentativo di avvicinarsi alla corretta descrizione della realtà, anche se le mie osservazioni hanno il limite di partire da un contesto interno alla Virtualità. L’idea della contemporaneità degli eventi e della loro non località, accomunata a quella di Unica Anima ed Unica Coscienza finale, si è detto, deve porre il nostro essere di fronte ad una nuova valutazione degli eventi che mi hanno portato alle conclusioni esposte.

La Nuova Visione

Alcune cose appaiono evidenti, altre meno. Per esempio è evidente che, con tecniche quali il Simbad o l’ipnosi, è realmente possibile viaggiare sulla Griglia Olografica sia nello spazio che nel tempo. È altresì evidente che chi non possiede Anima è vincolato a viaggiare solo sull’asse dello spazio, ma non su quello del tempo, avendo minori gradi di libertà.

È infine evidente che, se le cose stanno così, gli Alieni che sono in questo Universo e che non possiedono Anima, sono costretti a viaggiare sulla Griglia Olografica con macchine, perché da soli non ce la possono fare.

A questo proposito mi viene in mente che il colonnello Philip Corso diceva che le macchine aliene gli sembravano in realtà il prolungamento del pilota: solo così si potevano pilotare. Questa osservazione mi porta a sospettare che sia la Coscienza del pilota a spostarsi nello spazio-tempo con l’ausilio di una macchina, il cui unico effetto sarebbe quello di compensare, in qualche modo, la mancanza di Anima, e quindi la possibilità di avere quella componente atemporale che permetterebbe un buon trasporto, anche sull’asse stesso del tempo. Ci possiamo spostare solo sull’asse del tempo se esso per noi non è più virtuale, ma reale, cioè non esiste, o meglio esiste non localmente, od ancora, se esiste è in un solo luogo di punti, composto da un solo punto.

Mi chiedo se le loro macchine funzionino proprio perché una parte di Anima è stata catturata ed è bloccata all’interno delle loro stesse attrezzature volanti. È estremamente plausibile che sia la Coscienza a “spostarsi”, nel piano spazio-temporale ed è per questo che la macchina ed il pilota devono per forza diventare una cosa sola (la macchina è inanimata nel senso letterale del termine - N.d.A.).

Queste osservazioni non farebbero che rafforzare l’idea che chi è Anima può andare dagli Alieni senza far uso della tecnologia, ma loro non possono facilmente venire da noi. A qualcuno, a questo punto, potrebbe venire l’idea di andare a trovarli a casa e convincerli, con le buone o con le cattive, a smetterla con le loro operazioni su questo pianeta: ma l’iniziativa, a mio avviso, non otterrebbe grandi risultati, poiché mi sono reso conto, in diversi anni di ipnosi, che una MAA (memoria aliena attiva) non può essere smossa dal suo punto di vista, per mancanza di creatività e di sufficiente lungimiranza nel credere che le proprie idee possano essere errate.

Per essa è così perché è sempre stato così e su quello non si discute, poiché discutere su certi temi vorrebbe dire mettere in pericolo tutta la sua millenaria società piramidale. Del resto, alcuni esperimenti preliminari sembrerebbero indicare che l’ipotesi di andare a casa degli Alieni e mettergliela a soqquadro sia abbastanza plausibile.

Ma esistono altre problematiche da risolvere. Gli Alieni infatti non vanno, da ora in poi, immaginati come nostri nemici, ma nemmeno come nostri amici e neppure come Alieni e basta. Purtroppo essi fanno parte di noi. Un’unica Coscienza per tutti!

Distruggere l’Alieno sarebbe come distruggere parte di noi. Non considerare l’Alieno e decidere, per esempio, una politica non interventista come quella di Anima, decisa a portare la sua esistenza da un’altra parte e lasciare l’Alieno stesso a risolvere i suoi problemi in questa zona dell’Universo, sarebbe ugualmente perdente. Infatti parte della Coscienza rimarrebbe prigioniera dentro i corpi o le essenze di esseri incapaci di evolvere. In altre parole parte di noi rimarrebbe comunque di qua. Insomma si starebbe verificando una specie di lotta tra due gruppi opposti: quelli con Anima che non vogliono fare niente, nemmeno difendersi, e quelli senz’Anima, i quali continuerebbero, senza capire gran che, a rompere le scatole alla parte animica, mettendo a rischio l’interno Universo e compromettendo probabilmente il risultato finale che la Coscienza vuole raggiungere: prendere conoscenza di Sé.

In altre parole si scopre che chi è Anima è legato a doppio filo con il destino di chi Anima non è. È come se due ipotetici contendenti, l’assassino ed il poliziotto, fossero legati con un paio di manette indissolubili cosicché, quando si arrivasse a giustiziare l’assassino, il cadavere di quest’ultimo rimarrebbe sempre legato al povero poliziotto, il quale dovrebbe portarselo dietro per tutta l’eternità. Da una parte c’è l’Alieno che, comunque lo si giri, tenderà sempre ed inequivocabilmente a prenderci ciò che non è suo e, dall’altra, la nostra necessità di farlo smettere e di fargli capire che, se lui uccide noi, elimina pure se stesso. Insomma non puoi fare niente contro il tuo persecutore perché lui è una parte del tutto, di cui tu sei un’altra parte. Purtroppo l’Alieno non impara dall’esperienza, perché non può imparare, essendo totalmente privo di Anima. Certo può lentamente approvvigionarsi di tecnologia, che peraltro lo renderà sempre più legato alla virtualità incerta dell’Universo in cui lui stesso si rifugerà. L’Universo per l’Alieno sarà, alla fine, una grande gabbia, una prigione da cui non vorrà più uscire perché, anche se potesse uscirne, non saprebbe dove andare.


Ci vorrebbe un miracolo!

Già, ma uno che fa i miracoli noi, a portata di mano, lo abbiamo… è l’asse della Coscienza. Acquisire Anima non è possibile, ma acquisire Coscienza sì. La parte di Coscienza di chi è Anima e, se vuole, conosce, dovrebbe impegnarsi a portare una parte di Sé anche nella zona d’ombra, laddove abita la scarsa Coscienza aliena. Il vestito sporco va lavato tutto, anche dove non è sporco, dicevo un po’ più su. Esiste una sola possibilità per ottenere un risultato simile. Bisogna che la coscienza-cosciente, si riunisca nel punto dell’illuminatore (come l’ho descritto in un precedente lavoro), forse quello che i fisici moderni chiamano punto Omega (J. Tipler, Articoli La fisica dell’immortalità. Dio La cosmologia e la resurrezione dei morti, 1995, Arnoldo Mondadori Editore)

http://www.vialattea.net/odifreddi/tipler.pdf.

In quel punto si illumina tutta la matrice olografica e da lì si può inviare l’informazione al resto dell’esistenza cosciente. Detto in termini molto meno esoterici, chi è Coscienza deve raggiungere rapidamente il punto di partenza, di inizio, delle cose, prima che l’Universo si richiuda e si riparta daccapo, perché il risultato non è stato raggiunto nel tempo concesso dalla virtualità. Una volta arrivati in quel luogo si cercherà di pescare anche il resto della coscienza. Sarebbe come dire che i “buoni” che vanno in “paradiso” devono salvare coloro che sono andati all’inferno: così si esprimerebbe un parroco di campagna. In fondo gli Alieni stanno tentando di fare la stessa cosa, ma partendo da un presupposto diverso. Mentre l’Alieno sta tentando di prendere, con Anima, anche la nostra parte di Coscienza (la Coscienza di Anima) con l’idea di eliminare poi noi, noi stessi, dal canto nostro, vogliamo preservare la nostra Anima e la Coscienza di essa per poi poterla ridonare a loro.

Da questo punto di vista non si deve sperare che l’Alieno od il militare di turno capiscano. Se le cose andranno bene saremo tutti salvi, ma se vincono loro saremo tutti nella condizione di ricominciare daccapo un altro ciclo universale. Ancora una volta il gioco finisce solo quando si supera il suo livello di difficoltà caratteristico, altrimenti tutto ricomincia daccapo. Questa è vera virtualità.

Dunque chi è Anima si prenda la responsabilità anche per il resto dell’Universo. Lo deve fare non per pietismo, non perché spinto da chissà quale afflato religioso, ma molto più prosaicamente perché non esiste alternativa. Dunque cosa fare? Secondo me basta acquisire Coscienza di Sé. Non serve assolutamente fare altro, ma è necessaria la volontà di farlo ed ognuno di noi dipende in una certa misura anche dall’altro.

Note finali.
Per comprendere appieno questo articolo, bisogna aver prima letto i seguenti lavori dello stesso autore ed il testo completo di “Alieni o demoni - La battaglia per la vita eterna”.
http://semiasse.altervista.org/sentistoria/malanga/ARCHETIPI.pdf
http://semiasse.altervista.org/sentistoria/malanga/archetipi2.pdf
http://semiasse.altervista.org/sentistoria/malanga/L_ULTIMO%20PASSO.pdf




Clicca qui per scaricare in PDF
l'articolo del Prof. Corrado Malanga
UNA REVISIONE DELLA REALTA'
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MessaggioOggetto: Re: Una revisione della realtà - PARTE PRIMA   Dom 13 Feb 2011, 13:08

una revisione
della realta'




Parte Quarta:
sulla virtualita' dell'universo




In realtà il fatto che l’Universo potesse essere identificabile con un immenso videogioco era già stato postulato sia da quei filosofi greci i quali sostenevano che la vita è solamente un sogno infinito e comune a tutti i mortali, gli animali e le cose, dai mortali stessi generati oniricamente, sia da diversi pensatori moderni.

Nick Bostrom, in un articolo su Philosophical Quarterly, 2003, Vol. 53, No. 211, pp. 243-255. [html] [pdf] sostiene, con una serie di ben precise osservazioni, che stiamo vivendo in una realtà virtuale, come del resto appare in altri lavori scientifici: (http://www.simulation-argument.com/) .
· The Simulation Argument - Nick Bostrom
· Historical Simulations - Motivational, Ethical and Legal Issues - Peter S. Jenkins
· The Holographic Universe - Michael Talbot (in italiano Tutto è Uno, Ed. Urrà)
· Against the argument that we are living in a simulation - Henry R. Sturman
· Are we real? - Khlo
· How to live in a simulation - Robin Hanson
· Why We Probably Aren't Living Inside a Simulation - Brad DeLong
· The Big Brother Universe - Andrew Thomas
Di particolare interesse è inoltre questo testo che viene discusso al MIT, il cui titolo fa chiaramente capire come parlare di virtualità voglia anche dire parlare della “forma” di Dio: Are we living in a Matrix? What Can Computers Tell Us About God? Hooman Katarai (2004) Powerpoint presentation. [ppt] In altre parole potremmo vivere in un grande “Truman Show” visto dall’interno. Potremmo essere noi i personaggi di quei videogiochi come Simulacron III, od essere gli inconsapevoli personaggi di vicende come The Matrix di Wachovsky (1999) o Il tredicesimo piano, dello stesso anno e diretto da Rusnak. Noi stessi progettiamo virtualità tutti i giorni attraverso le favole, i romanzi ed il computer, che è fatto sempre più ad immagine e somiglianza di un umano.

Io stesso uso la realtà virtuale del sistema SIMBAD per aiutare le persone a comprendere meglio chi esse siano. La realtà virtuale è utilizzata, infatti, per risolvere problemi di qualsiasi tipo nella comune vita sociale di tutti i giorni

(http://www.hyperlabs.net/vr/spaziale/index.html).





Esiste, però, una sostanziale differenza tra la virtualità creata da noi e quella originale: la nostra virtualità è totale ed in essa non esiste spazio per alcuna coscienza. Si tratta di una vera finzione, di una vera ed esclusiva simulazione di eventi.

La virtualità costruita per l’Universo possiede dentro di sé, invece, una parte reale, che è la coscienza. Si tratta di una virtualità costruita per guardarsi allo specchio. In questo caso esiste la realtà ed esiste pure lo strumento, lo specchio, che fornisce un’immagine virtuale della coscienza (la conoscenza). Nella virtualità costruita all’interno dell’Universo dall’uomo c’è solo una parte dello specchio e la creatura che ci si specchia non possiede coscienza. C’è, poi, un altro aspetto estremamente importante: un computer non potrà mai prevaricare un umano, perché l’umano ha coscienza, mentre il computer è solamente spazio, tempo ed energia, ovvero è solamente virtuale.

Cade così un grande mito della fantascienza, con i grandi olocausti e le grandi disgrazie alla Ballard. (http://www.intercom.publinet.it/Ballard.htm).
Non esiste, né esisterà mai, una macchina che possa “fare le scarpe ad un uomo”. Non può esistere, poiché la parte animica dell’uomo ha bisogno di un DNA per potersi collegare ed il computer non ce l’ha e non l’avrebbe neppure se fosse unito ad un cervello umano, che è solo spazio, tempo ed energia ed è privo di consapevolezza.


Il film della realtà. Implicazioni sul futuro della Comprensione

Dunque l’Universo sarebbe in parte reale ed in parte virtuale e quantizzato. La nostra percezione sarebbe in continua evoluzione e la mappa verrebbe sempre più percepita come territorio, a patto però di considerare l’asse della coscienza, cioè l’asse della REALTA’ IMMUTABILE la quale avrebbe, attraverso un atto di volontà, creato un universo virtuale.

Gli strumenti per la creazione della virtualità sarebbero stati gli Archetipi, operatori geometrici del tutto virtuali, scaturiti da un unico reale atto di volontà creatrice. Questi sarebbero i concetti chiave di tutto il nostro essere.

Partendo da questi presupposti, analizziamo nuovamente il problema di Anima in ipnosi. Durante le sedute di ipnosi regressiva, come ho già avuto modo di descrivere, la parte animica della persona può essere degenerata dal suo insieme, che comprende pure corpo, mente e spirito.

Ho notato che, quando ciò accade, Anima sembra capace di leggere nel futuro, ma ho pure notato che Anima ha scarsa conoscenza delle memorie di vite passate. Ha coscienza che esse si sono verificate molte volte, ma non sa fornire, ovviamente, né dati né numeri di qualsiasi tipo. Esiste la coscienza che la cosa sia accaduta, ma non esiste conoscenza, se non estremamente confusa, del percorso dei vissuti passati, come se le informazioni fossero coperte da un velo di nebbia fittissima.

Invece quando le differenti parti della persona non sono degenerate e sono, di conseguenza, unite a formare una sola cosa, somma di tutte e quattro le componenti, ecco che si può andare indietro nel tempo e farsi raccontare i vissuti delle reincarnazioni precedenti. Ho inoltre notato che, quando Anima va a “leggere i dati”, che per noi sarebbero posti nel futuro, si scollega dalla virtualità attuale per qualche secondo. Quando sembra ricollegarsi al presente, ha acquisito le nozioni interessanti che servono per la sua riprogrammazione.

In parole povere le si dice di andare a vedere nel futuro cosa accadrebbe se Anima non facesse nulla per liberarsi degli alieni. Anima, che di solito non interviene mai sulla presenza aliena nel suo contenitore perché crede che non serva agire a tale riguardo, torna dal suo viaggio nel futuro con idee molto differenti. Anima è stata riprogrammata!

Il problema è apparso subito di estremo interesse, poiché il comportamento di Anima era in accordo con la sua totale a-temporalità. Anima, infatti, se è virtuale in energia e spazio, non possiede asse del tempo e dunque vede il tempo in modo reale, cioè non ne nota la presenza. La realtà della teoria olografica dell’Universo costringe infatti il tempo ad essere inesistente. La triade formata da mente, anima e spirito, avendo a disposizione sia tempo che spazio, può spostarsi virtualmente con facilità sulla Griglia Olografica e può leggere bene nel passato (e forse nel futuro anche se, fino ad oggi, non ci ho mai provato - N.d.A.).

Per Anima, invece, il passato è confuso, a meno di non far leggere ad Anima stessa un solo evento per volta, per esempio un evento specifico, e ciò vale anche se è posto nel futuro. Ciò appare in accordo con il fatto che Anima ritiene che il tempo sia quantizzato. Una volta essa si espresse con una frase molto interessante, dicendo: Noi viviamo tra un tempo e l’altro… mettendo così in evidenza il concetto di quantizzazione geometrica del piano spaziotemporale.

Ma tutto ciò può essere spiegato proprio dalla teoria di Bohm dell’Universo olografico, infatti, se diamo un’occhiata a questo Universo da fuori, se così si può dire virtualizzando (qualcuno direbbe estroiettando - N.d.A.) l’immagine che è all’interno del nostro cervello come se la vedessimo da fuori - pur stando dentro al sistema che stiamo analizzando - ci accorgeremmo che, non esistendo il tempo e lo spazio, Anima non si reincarna prima in Tizio e poi in Caio, ma è CONTEMPORANEAMENTE in Tizio e Caio. In altre parole l’Anima ed il fotone hanno lo stesso comportamento.

L’Anima è dove noi abbiamo coscienza che sia.

Dicendolo con parole ancora più calzanti: Anima è dove essa è cosciente di essere, ma può essere cosciente di essere solo in un punto alla volta, a meno di non generare le stesse figure di interferenza che costruisce un fotone quando cerca di essere dappertutto contemporaneamente. Se così fosse, noi avremmo le risposte che in realtà abbiamo. Quando Anima analizza una situazione temporale non sa assolutamente collocarsi temporalmente, ma quando le diciamo di “guardare” in un solo punto della Griglia Olografica, ecco che essa si stacca dal presente, si trasferisce immediatamente là - o meglio è la sua coscienza che lo fa - acquisisce le informazioni di quel punto della griglia, torna qua e racconta cos’ha percepito.

Nell’istante in cui è là, non è qua, ma in realtà è qua e là contemporaneamente, solo che si vede, si misura, si evince solo quando interagisce con la realtà virtuale di quel punto, come un fotone quando illumina una coscienza. In questo contesto, quando si ottiene la ricostruzione di una vita passata e si nota che, nella rivivificazione, il soggetto parla al presente, bisogna dire che non sta rivivendo un ricordo passato, bensì sta vivendo un ricordo compresente alla sua ipnosi.
In altre parole è come se avesse scollegato la sua coscienza da qua e l’avesse trasferita in un altro punto della Griglia Olografica, perché tutte le reincarnazioni accadono contemporaneamente. Come noi abbiamo coscienza del fotone quando interagiamo con esso, altrimenti il fotone è invisibile all’intero Universo (e non dipende dal fotone decidere dove lo troveremo, ma spetta esclusivamente alla coscienza che noi abbiamo di esso), così Anima, che è insieme osservatore ed osservabile, si trova solo dove ha coscienza di essere. Ma la coscienza, come ho detto, produce la volontà di essere, dunque Anima è dove vuole essere e dove vuole essere ha coscienza di Sé.

Questo concetto ribadisce la visione di un’unica Anima la quale si trova laddove la si va a cercare. La reincarnazione pertanto non esisterebbe, perché ci sarebbe un’unica manifestazione contemporanea di Anima in tutte le creature coscienti con Anima.

In altre parole si vivono in un colpo solo infinite vite. Anima è dappertutto e non è cosciente di dove si trovi (come nelle figure di interferenza del fotone) ma se la si degenera e la si osserva in un corpo, essa sarà lì (come quando si vede un fotone passare attraverso il foro nella parete mentre si comporta come una particella). Si deduce quindi qualcosa a cui avevo già fatto caso in passato, ma a cui non avevo attribuito eccessiva importanza: quando si parla con un’Anima, si parla con tutta Anima. L’errore che ho commesso all’inizio della mia indagine è stato il tentativo di far parlare tra loro le diverse parti di Anima, che sembrava avessero una loro individualità. Questo, invece, non era possibile, perché l’osservatore e l’osservabile erano la stessa cosa: non si riconoscevano. O meglio, potrei dire che accadeva come nell’effetto Larsen descritto prima: Anima, parlando
a se stessa, ascoltava non le “sue idee”, ma un grande “fischio virtuale”, del tutto incomprensibile.

Le diverse parti di Anima apparivano avere una loro identità, che era dovuta alla coscienza dell’identità stessa: se credo di essere Giulio, sono Giulio, ma se credo di essere Giuseppe, sono Giuseppe, e posso credere di essere una sola persona alla volta, come il fotone, che illumina un solo essere cosciente alla volta. Se le cose stessero così, dovremmo dire che nei racconti di vite passate ottenuti mediante ipnosi regressiva non avremmo a che fare con una serie temporale di reincarnazioni, bensì la persona sotto ipnosi sceglierebbe a caso, sulla Griglia Olografica, un qualsiasi soggetto con Anima, magari preferendo a livello inconscio qualcuno della sua famiglia, come riscontra Weiss nei suoi studi, ma non necessariamente.

Alcune volte, infatti, quando alla persona in ipnosi profonda si chiede di descrivere le prime volte che ha visto quegli esseri (gli alieni - N.d.A.), essa si aggancia ad un’esperienza di vita passata e parla di una abduction subita in quel periodo. È così, però, soltanto dal nostro punto di vista, perché la parte virtuale della nostra mente e del nostro spirito, legata alla presenza dell’asse del tempo, interpreta la domanda in modo sequenziale e cerca, dentro la Griglia Olografica, una situazione da porre temporalmente, ma virtualmente, indietro rispetto al momento attuale. Il soggetto non sta ricordando dunque una abduction passata, ma è collegato con un’altra sua esistenza parallela e sta vivendo ora quell’esperienza. Se ne deduce che, quando egli si sarà liberato della presenza degli alieni, se ne saranno liberati contemporaneamente tutti gli aspetti della sua esistenza, compresi i personaggi che ci appaiono come passati o futuri. Per questo si dice che Anima ha acquisito esperienza e che, se nel passato si è liberata degli alieni, nel futuro non verrà più parassitata; non perché ha imparato nel tempo, ma perché ha imparato e basta, in quanto tutte le sue reincarnazioni sono attuali e contemporanee.

Divengono sempre più chiari i colloqui registrati sotto ipnosi con persone alle quali è stata degenerata Anima ed appaiono più consistenti anche le descrizioni, peraltro tutte uguali, della creazione dell’Universo: un unico racconto, fornito da un'unica essenza narrante. Mi ricordo ancora una volta un’Anima che, alla seguente domanda, posta in modo a mio avviso del tutto innocente: Dove abiti? non sapeva rispondere e la mente della persona in ipnosi aveva non poche difficoltà ad interpretare gli archetipi ed a trasformarli in fonemi; poi, ad un tratto, ecco la risposta:
Non… non c’è un luogo che io possa individuare. Io non vivo in un luogo: io esisto in un luogo. Non so se questa è la risposta che cerchi…
Il significato di queste parole ora appare più chiaro: Anima è per sempre in un luogo, al contrario di Spirito, che vive in un momento del tempo. Esiste una sottile difficoltà ad interpretare lessicalmente questa frase, ma non ho trovato miglior modo di de-scriverla.


Siamo tutti addotti?

Esiste un altro concetto importante che appare vero se le cose stanno realmente così. La comunità degli umani nell’Universo, caratterizzati da presenza di Anima, comunità che chiameremo, per convenzione, “razza umana”, sarebbe costituita da unità addotte ed unità non addotte, ma praticamente è come se fossero tutte unità addotte, essendo Anima una sola.

Si può vedere questa comunità come un vestito contaminato solo in alcune parti da macchie di sporco: non tutte le parti del vestito sono sporche, ma tutto il vestito va portato in lavanderia.

È per questo che tutti gli appartenenti a questo insieme di persone devono combattere il fenomeno abduction, perché l’anima che vogliono portar via ad alcuni è la loro stessa Anima, non cosciente di questo se non a tratti, a momenti talmente insignificanti da non essere nemmeno percepiti.





Tuttavia solamente alcune persone sono “rapibili”, sia perché sono state biologicamente allevate per questo sia perché la loro parte animica non ha ancora guardato dentro di sé a fondo. In altre parole in quel punto della griglia Anima non si è ancora osservata bene.

Tutto accade ora.

In questo contesto tutto accade ora. Non esistono passato, presente e futuro, ma solo la sensazione di essi. Sorge a questo punto una domanda importante: allora il futuro è statico o dinamico e, di conseguenza, anche il passato è statico o dinamico? I futuro ed il passato sono due espressioni dello spazio-tempo. Il piano spazio-temporale, infatti, è un mare in continuo movimento e si modifica in continuazione in modo quantistico.

Questo concetto permette di salvare sia l’idea dell’Universo ondulatorio sia di quello quantistico, ma salva anche la presenza del libero arbitrio, sul quale, però, vanno fatte alcune importanti precisazioni. Cos’è che produce il movimento del piano spazio temporale? Il fisico quantistico direbbe “la componente ondulatoria della materia”, mentre il fisico relativistico direbbe “la piegatura dello spazio tempo”. Nel primo caso, l’onda generata dagli eventi; nell’altro non sarebbe altro che la probabilità che un evento si possa spostare nello spazio-tempo stabilendo un’incertezza su dove collocarlo e quando misurarlo. Secondo la teoria della piegatura dello spazio-tempo si direbbe che la massa dell’oggetto che stiamo misurando interagisce con lo spazio-tempo stesso, lo deforma e quindi altera la propria posizione su di esso. Non si deve erroneamente credere che il secondo fenomeno sia relegato al mondo del macroscopico, poiché esistono centinaia di referenze in letteratura che descrivono alterazioni gravitazionali nel mondo microscopico ed un buon numero di effetti di quantizzazione in quello macroscopico.

(http://www.amazon.com/gp/reader/0470841389/ref=sib_dp_pt/105-3320629-8702843-reader-link)
(http://www.merate.mi.astro.it/~guido/Students/Cosmology/Roberto_Decarli_DarkMatter.ppt ). (http://www.geocities.com/CapeCanaveral/1924/consund.doc).




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MessaggioOggetto: Re: Una revisione della realtà - PARTE PRIMA   Dom 13 Feb 2011, 13:08

una revisione
della realta'




Parte Terza:
una revisione della pnl




Ciò che sto per dire non farà piacere agli esperti d PNL, ma li consiglio vivamente di prendere in considerazione i miei discorsi, almeno fino alla fine di questo lavoro. Dunque, se vogliamo mantenere ben salda la definizione di territorio come realtà e di mappa del territorio come immagine della realtà, dobbiamo dire, da questo momento in poi, che la realtà, cioè il territorio, è legata solamente all’asse della coscienza che è, è stata e sarà immutabile.

La mappa altro non sarebbe che la componente virtuale del tutto, cioè lo spazio, il tempo e l’energia.

Sembra che per la PNL non cambi nulla, ma scopriremo presto che il cambiamento è profondo. Se le componenti dell’uomo sono mente, corpo, anima e spirito, quando andiamo a riprogrammarle, da un punto di vista neurolinguistico, ci dobbiamo concentrare solo sulle componenti riprogrammabili, che sono solo quelle virtuali, e dobbiamo ammettere che non è possibile nessuna riprogrammazione della componente reale, quella della coscienza.

Facciamo un esempio. Se in ipnosi profonda vogliamo riprogrammare la componente animica di una persona per convincerla ad intervenire modificando qualcosa del proprio Sé, dobbiamo riprogrammare solo il suo spazio e la sua energia, non avendo essa il tempo. Non proviamo a riprogrammare l’asse della coscienza, perché otterremmo un fallimento totale.





Un esempio di riprogrammazione animica è riportato in: “Alieni e Demoni” di Corrado Malanga, Ed. Chiaraluna ed in questa sede non è il caso di approfondire il problema, che però dovrebbe apparire chiaro ai neurolinguisti.

Analogamente, mentre il corpo può essere completamente riprogrammabile, la mente può essere solo riprogrammata nello spazio e nel tempo, mentre lo spirito può esserlo solo nel tempo e nell’energia.

Finora, quando il programmatore neurolinguista affrontava un problema legato alla riprogrammazione, non faceva differenze di questo tipo e tentava di riprogrammare il tutto intendendolo come “cervello del soggetto”, considerato spesso come un meccanismo non funzionante.

Il successo di questa operazione era dovuto solamente al fatto che il cervello contiene esclusivamente componenti virtuali ed è quindi riprogrammabile, essendo una parte del corpo fisico. Ma quando si tenta di riprogrammare un’Anima od una Mente, la riprogrammazione deve avvenire con i canoni della PNL, ma nell’ambito dei soli assi o componenti virtuali esistenti. Per esempio, voler riprogrammare Anima con concetti temporali non ha alcun senso, così come non lo ha voler riprogrammare la Mente con concetti legati all’energia o lo Spirito con esempi che parlano dello spazio.

La riprogrammazione assume il vecchio significato di fruizione di nuovi dati. Se voglio riprogrammare un’Anima a farle fare qualcosa che all’inizio essa non ha nessuna voglia di fare, devo fornirle dei dati in più, devo, cioè, farle leggere tutti i dati di un determinato evento nel futuro possibile, dati ai quali la componente animica ha dimostrato di poter accedere immediatamente. Poi, con i nuovi dati alla mano, si chiede ad Anima se vuole mantenere il suo atteggiamento o se desidera cambiarlo. A quel punto, Anima ha una visione della sua mappa differente e più coerente e può prendere la sua decisione con maggior cognizione di causa, solo perché vede quella porzione di Universo in un modo più cosciente di prima.

Va tenuto conto che questi tipi di riprogrammazione sono possibili soltanto in uno stato di ipnosi profondissima, quando le quattro componenti umane sono distaccate tra loro e non sembrano interferire l’una con l’altra. Il riprogrammatore non deve fare niente, se non aggiungere dati. L’atto di volontà è solamente ed esclusivamente della componente coscienziale. È l’Anima “malata” che, se vuole, può guarire: il riprogrammatore le dice solo come fare, se lo vuol fare.

Revisione della Fisica

Fino a questo momento sono convinto di non aver scalfito nemmeno un po’ l’idea che i fisici hanno della loro fisica. Ho parlato, infatti, di cose di cui ho già detto, alle quali la fisica non si interessa poiché crede che non esistano in quanto non misurabili. Esiste, però, un modo per attirare l’attenzione dei fisici e per farli anche andare fuori dai gangheri. Non si tratta, come erroneamente si può pensare, di dir loro che le misure che hanno eseguito fino ad oggi sono sbagliate: non sarebbe né giusto né onesto. Questo atteggiamento viene, invece, utilizzato dagli scienziati moderni contro gli ufologi ed è anche il motivo per cui ho smesso di tentare di dimostrare qualcosa ai fisici utilizzando algoritmi o misure. Essi ti diranno sempre che hai sbagliato a misurare qualcosa e quindi i risultati e le interpretazioni delle tue misure sono errate.

È evidente che, con questa strategia alle spalle, non può essere neppure ammessa l’esistenza di una cosa che gli ufologi di Stato di oggi si sarebbero inventati di sana pianta: l’ufologia strumentale. L’ufologia strumentale è figlia del più vecchio ed obsoleto Sky Watching degli anni settanta e, con buona pace di tutti, non serve più a niente, se mai fosse servita a qualcosa.

No! La mia strategia sarà differente. Prenderò in considerazione le misure effettuate dagli scienziati, le riterrò vere, ma cercherò di spiegarle in un altro modo, concludendo che, anche se le loro misure sono esatte, oltre alle loro esistono altre interpretazioni possibili che, guarda caso, funzionano anche meglio per descrivere l’Universo. Dopo non sarà più possibile ammettere che l’idea di Universo olografico non dev’essere presa in considerazione.

Interazioni con la materia

Pare che i fotoni possiedano caratteristiche di onde, ma a volte anche di particelle. Ora io mi dico: o sono onde o sono particelle o sono una terza cosa, purché siano una cosa sola. L’incapacità di definire correttamente i fotoni nasce da un loro interessante comportamento che cercherò di spiegare nel seguito. Se si prende un fascio di fotoni (insomma un raggio di luce) e lo si proietta contro una barriera opaca con due piccoli fori, i fotoni passeranno per i due fori e, se dietro ai due buchi si mette uno schermo, si vedranno delle figure dette “di interferenza” le quali testimoniano che i fotoni si comportano come onde: se fossero particelle (come proiettili), sullo schermo produrrebbero, invece, solamente due punti luminosi.

Tutti i fotoni che non imboccano i due fori si “spiaccicherebbero” sulla parete senza poter raggiungere lo schermo. L’idea che un fotone possa essere un’onda sferica nasce dall’assimilazione del fotone con una sfera in espansione il cui volume è proporzionale alla probabilità di trovarci dentro il fotone stesso. Il fotone, dunque, non sarebbe più né qui né lì, ma sparso un po’ dappertutto, all’interno della sfera in espansione che ne descrive anche lo spostamento nello spazio. Il fotone non sarebbe un proiettile che va da qui a lì, ma, una volta sparato, sarebbe una sfera simile ad un palloncino che si gonfia sempre di più in tutte le direzioni. Il primo ostacolo che tocca il bordo del palloncino verrebbe illuminato dal fotone e tutte le altre probabilità di trovare il fotone all’interno della sfera prodotta dal fotone stesso verrebbero annientate in un sol colpo. Questo fenomeno, che prende il nome di “ammazzamento” del pacchetto d’onda, spiega il comportamento del fotone.

Ammettiamo che il fotone sia un’onda, però non è chiaro perché, quando il bordo dell’onda che costituisce la superficie del palloncino in espansione colpisce un ostacolo, non esistono più le probabilità che il fotone sia da un’altra parte. Ci si dovrebbe attendere che solo una parte del fotone colpisse l’ostacolo e che il bersaglio venisse, per così dire, “meno illuminato” ed altri pezzi di fotone andassero indisturbati da altre parti. Ma il fotone è una particella indivisibile e con una spiegazione del genere le cose non tornerebbero.





Facciamo però un esperimento comprensibile: prendiamo un astronauta e mettiamolo nello spazio. Ammettiamo che l’astronauta accenda, sulla propria testa, una particolare torcia elettrica omnidirezionale capace di emettere un solo fotone. Se noi poniamo un secondo astronauta a qualche decina di metri dal primo, scopriremo che, una volta partito il fotone, esso si espanderà fino a che il bordo dell’onda non colpirà il secondo astronauta, il quale s’illuminerà registrando l’arrivo del fotone. Un terzo astronauta, più lontano del secondo, non verrà illuminato quasi mai. Già quasi mai: non... mai! Ogni tanto è l’astronauta più lontano ad essere illuminato dal fotone; ma questo sarebbe impossibile se la struttura del fotone fosse quella di una sfera in espansione, perché essa dovrebbe colpire (scomparendo) sempre il secondo astronauta e MAI il terzo. Ma in termini probabilistici si dice che ciò, a volte, può accadere.

Se, invece, chiudiamo dei fotoni in una scatola da cui essi non possono uscire (si dice “una scatola a potenziale infinito”) e cominciamo a diminuire la grandezza della scatola, avvicinandone tra di loro le pareti, i fotoni aumentano la loro frequenza vibratoria; se avviciniamo ancora le pareti della scatola, scopriamo che i fotoni escono da essa passando da... non si sa dove e in questo passaggio superano la velocità della luce. Ma come? Non si dice che la velocità della luce non si può superare e poi, anche questa volta... ma da dove sono passati questi fotoni?

Ma torniamo al fascio di fotoni che passano attraverso due fori praticati in una parete e finiscono su di uno schermo retrostante che ne segnala la presenza.
In questo caso la figura di interferenza viene ottenuta anche se passa un solo fotone. Come dire che mezzo fotone passerebbe da una parte e mezzo dall’altra, ma non come mezzo fotone, bensì come mezza probabilità che il fotone passi da entrambi i fori. Il tutto si complica ulteriormente se un osservatore si mette con l’occhio dietro uno dei due fori e guarda cosa accade del fotone che sta per essere sparato nella sua direzione. In quel caso non ci saranno più le figure di interferenza, ma il fotone, questa volta, come un unico proiettile, colpirà solo ed esclusivamente l’occhio dell’osservatore, passando “tutto” solo da uno dei due varchi, quello dietro al quale è posto l’osservatore.





Come l’osservatore sceglie di cambiare posizione e si mette dietro al secondo foro, il fotone lo colpisce ancora inesorabilmente, come se sapesse sempre dove si è ficcato l’osservatore. Secondo un’osservazione banale, per la fisica durante la notte ci dovrebbe essere luce quasi come giorno: questo perché ci sono infinite stelle e, anche se ognuna emettesse un solo fotone diretto verso la Terra, ci sarebbero infiniti fotoni a colpire il nostro pianeta, pertanto dovrebbe esserci luce quasi come di giorno.

Questo strano fenomeno, che viene identificato come “il paradosso di Olbers” (Maurizio Busso, in Dalle stelle agli atomi, Ed. Il Castello volume 6, 1989, Milano) fu spiegato da questo scienziato ipotizzando che l’Universo fosse in espansione. Se l’Universo è in espansione i fotoni che colpiscono la Terra non sono più infiniti e sono tanti di meno quanto più la velocità di espansione si avvicina a quella della luce. Basti pensare che, se l’Universo fosse in espansione ed alcuni oggetti in esso contenuti fossero in allontanamento da noi alla velocità della luce, i fotoni emessi da questi oggetti verrebbero sì verso di noi alla velocità della luce, ma si allontanerebbero pure da noi alla stessa velocità, quindi non ci colpirebbero mai, perché per noi starebbero sempre fermi.





Sebbene la cosa sia accettata da tutti e sebbene sembri che l’Universo si espanda, nulla di certo si conosce sulla sua velocità di espansione, poiché la costante di Hubble - che ne rappresenta il valore - sembra caratterizzata da un errore del cinquanta per cento. (Paul Wesson, "Olbers paradox and the spectral intensity of the extragalactic background light", The Astrophysical Journal 367, pp. 399-406, 1991) (Freedman et al., "Final Results from the Hubble Space Telescope Key Project to Measure the Hubble Constant", The Astrophysical Journal, Volume 553, Issue 1, pp. 47-72).


Interazioni con la coscienza

Tutte le stranezze che abbiamo elencato potrebbero trovare una facile spiegazione se solo si prendesse in considerazione l’Universo olografico composto da una parte virtuale e da un asse reale della coscienza. Infatti bisogna dire che i fotoni, qualsiasi cosa facciano, sia che si comportino da onde sia da proiettili (particelle), quando colpiscono qualcosa non possono più colpire nient’altro, a meno che non rimbalzino su di uno specchio. Partendo da questa osservazione, bisogna aggiungere che il fotone, in tutti gli esperimenti citati, sembra che sia sempre rivelato da un apparato misuratore, ma non è proprio così. Si potrebbe infatti immaginare che il fotone interagisca solo con ciò che ha coscienza e non con ciò che è totalmente virtuale. Il rilevamento, pertanto, non sarebbe fatto da una macchina, bensì da un operatore, che rivelerebbe il fotone per mezzo di una macchina.

In altre parole il fotone sarebbe rilevato da chi sta dietro la macchina e non dalla macchina stessa; così, se dietro la macchina non ci fosse nessuno, non ci sarebbe nessuna rivelazione. In realtà questo non è affatto folle come sembra. Qualcuno potrebbe obiettare che io potrei portare sulla Luna un registratore di fotoni, farlo lavorare senza di me per vent’anni e poi andare a verificare, notando che esso ha registrato il passaggio di fotoni anche in mia assenza. Non è così. Non esistendo, nell’Universo olografico, né tempo né spazio, nell’istante in cui vado a verificare cos’ha fatto la strumentazione incustodita, scopro che ha registrato quello che doveva registrare, perché non sono passati vent’anni, ma io ho creduto che passassero vent’anni. Io non mi sono spostato da nessuna parte, ma ho creduto di vivere vent’anni da un’altra parte.

Nell’Universo olografico c’è solo un punto in cui esiste tutto lo spazio e tutto il tempo. Follia?

Analizziamo gli altri esperimenti da questo punto di vista. Quando un unico fotone passa attraverso la barriera con i due fori ed io non sono presente, non esiste interazione e, se non vado mai a fare la misura, non potrò mai scoprire alcun fotone rivelato, ma se un giorno vado a verificare, scopro che, non essendo io stato colpito dal fotone personalmente, il fotone è passato dappertutto, o meglio, lo vedo come se fosse passato dappertutto. Siccome eseguo le misure contemporaneamente sia dietro il primo sia dietro il secondo varco, trovo che il fotone è passato dietro il primo e dietro il secondo varco perché la mia coscienza è metà dietro il primo e metà dietro il secondo varco, ma quando io mi metto fisicamente dietro uno dei due varchi, la mia coscienza sarà “illuminata dal fotone” che quindi, una volta rilevato da me, si estinguerà.

Nell’esperimento dei tre astronauti il fotone illumina sempre la coscienza dell’astronauta più vicino e si estingue, non illuminando il terzo astronauta, tranne quando, per un attimo, la coscienza del secondo astronauta è, per così dire, assente. Il fotone non è un’onda e nemmeno un proiettile, ma un’informazione che viene letta dalla coscienza più vicina nella parte virtuale della realtà. Più vicina nello spazio-tempo, non più vicina nello spazio, ovviamente.

Nell’esperimento dell’effetto Casimir non si può essere coscienti della presenza di fotoni in un luogo (la scatola) così stretto da non poter contenere fotoni e così si vedranno gli stessi fotoni fuori dalla scatola. I fotoni non sono usciti dalla scatola, perché sono sempre contemporaneamente dentro e fuori, ma ne siamo coscienti in modo differente. Quando si sa che sono nella scatola, si vedono nella scatola, ma quando si sa che non possono che essere fuori, si vedono, ovviamente, fuori. Il cielo è buio di notte poiché la maggior parte dei fotoni, prima di arrivare sulla Terra, ha interagito con molte altre coscienze e molti di essi si sono così estinti.

La quantizzazione della coscienza

Ma cosa accade quando un fotone esce dalla scatola? Perché non si ha coscienza del “passaggio” e perché non si ha coscienza di quello di un elettrone da un orbitale ad un altro di uno stesso elemento? Perché il prima ed il dopo, dice la fisica quantistica, costituiscono due stati quantici e fra l’uno e l’altro il tempo non si può calcolare (almeno secondo Schrödinger). La fisica quantistica è forse quella che si è avvicinata di più alla realtà delle cose, infatti tra un tempo e l’altro essa dice che non c’è niente o, se ci fosse qualcosa, noi non lo potremmo sapere.

La quantistica nasce come scienza per far calcoli a tempo zero, cioè senza il tempo. “Si direbbe che i tentativi di introdurre il tempo nelle equazioni matematiche sia proibitivo.” (Dirac). Ma forse questo sbarramento è dovuto proprio al fatto che il tempo non esiste? Sembra che ancora nessuno dei fisici quantistici abbia pensato ad analizzare il problema da questo punto di vista. Si preferisce dire che i sistemi matematici utilizzati o le apparecchiature usate non sono all’altezza della situazione ed alla fine si conclude che il tempo esiste, ma non si può calcolare tra uno stato energetico e l’altro di questi microsistemi.

Con il passare degli anni si è cominciato a credere che anche il tempo, oltre all’energia, potesse essere quantizzato e, di conseguenza, che anche lo spazio avrebbe dovuto esserlo. Ma se questo è vero, vuol dire che la manifestazione fisica è quantizzata, o meglio che la virtualità dello spazio, del tempo e dell’energia lo è, e lo è per un semplice motivo: è stata creata quanticamente. La creazione sarebbe avvenuta non con un atto continuo, ma con tanti microatti: a gocce! Ma atti eseguiti in un unico passo.

Cosa vuol dire? Che le parti che costituiscono l’essere umano ed i suoi singoli componenti sono quantizzati. Anima dunque, essendo composta di coscienza, spazio ed energia, è quantizzata, ovvero ha coscienza di sé a tratti. Anche se non si può ancora dire nulla sulla quantizzazione della coscienza, l’esperimento dei tre astronauti fa pensare che forse anche la coscienza è quantizzata. Infatti, quando - raramente - il secondo astronauta non viene illuminato dall’unico fotone esistente, ma viene invece illuminato il terzo astronauta, spaziotemporalmente più lontano dalla fonte dei fotoni, si può pensare che il fotone abbia interagito con il secondo astronauta in un istante quantico in cui egli non aveva coscienza di sé e sia passato oltre, fino ad interagire con il successivo ostacolo cosciente.




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MessaggioOggetto: Re: Una revisione della realtà - PARTE PRIMA   Dom 13 Feb 2011, 13:07

una revisione
della realta'




Parte Seconda:
una nuova definizione di realta'
e di virtualita'





La PNL ritiene che la realtà sia determinata dalle cose che ci circondano ed ha la stessa visione della realtà stessa che ha la fisica, ma con l’aggiunta di un concetto fondamentale che alla fisica non interessa: la percezione. Per la fisica, infatti, non conta cosa si percepisce della realtà, conta soltanto cosa le apparecchiature misurano di essa.

La PNL, provenendo da studi impostati su basi completamente differenti dall’idea galileiana di misura, fornisce un ulteriore parametro da aggiungere al gioco: la percezione del fenomeno fisico.

Secondo la fisica moderna la percezione è un fenomeno soggettivo completamente ininfluente sulla realtà, mentre per il neurofisiologo la percezione della realtà sembra poter in qualche modo alterare la realtà stessa della vita. Se ti cade un mattone da 10 chili su di un piede alla velocità di dieci metri al secondo, il dolore dipenderà da questi due parametri secondo una legge, un algoritmo, ben identificabile. Questo secondo la fisica, ma secondo la neurofisiologia ciò non è affatto vero: basti pensare che gli stati alterati di coscienza producono alterazioni della soglia del dolore fino all’anestesia totale, anche se si taglia un arto senza supporto di anestesia chimica.

Per il fisico la realtà è quella misurata dalle macchine, mentre per il neurofisiologo la realtà è quella da noi percepita, perché sarà quest’ultima a produrre effetti.

Se non si sente dolore, non si reagirà ad esso e poco importa se una macchina dice, invece, che si doveva reagire. Questo sembra mettere in luce un importante controsenso, poiché, come ho già detto, la PNL e la fisica hanno della realtà, cioè del “territorio”, la stessa definizione, con l’unica differenza che la PNL prevede una “mappa del territorio” che la fisica non ammette. In questo caso la mappa del territorio sarebbe un nuovo territorio dove alcuni parametri soggettivi farebbero credere di essere in un posto differente rispetto a quello nel quale in realtà si è. Insisto su questo punto per dimostrare che la PNL e la fisica moderna non sono finora riuscite a scavalcare il problema posto dal parametro “coscienza umana”.





La coscienza ha qualche importanza nella percezione?

Tutto appare troppo meccanicistico per la fisica ed anche per la PNL, per le quali, in fondo, la percezione è determinata apparentemente da problemi fisici e solo da quelli, e non da stati d’animo coscienziali.

In altre parole, se si è drogati od ubriachi, si vede la mappa del territorio in modo decisamente differente dal territorio stesso, oppure se si sta viaggiando quasi alla velocità della luce, la si vede distorta, perché lo spazio-tempo si contrae. Ovvero, se hai fatto esperienza di vita, puoi dire che una volta eri per la guerra ed ora sei contrario: la PNL spiega questo cambiamento dicendo che la tua visione del territorio (la mappa) è mutata in base alle esperienze che tu hai fatto nella tua vita, ma non accenna minimamente alla quantità di coscienza che tu puoi aver acquisito. Parla di input, di dati che sono entrati nel tuo cervello e di capacità di risolvere, su base esperienziale, problemi sempre più complessi, ma nulla dice a proposito di come senti dentro un problema.

Anche la PNL, per chi se ne intende, è una serie di regole quasi matematiche da applicare. Se muovi gli occhi in un certo modo, stai pensando in un certo modo, perché stai attivando una particolare zona del cervello e la risposta è prevista dalle regole della PNL. La PNL è una scienza nuova, ma quella che essa espone è una visione riduttiva e non potrebbe essere che questa la visione della PNL allo stato attuale della ricerca, in cui, per Universo, si pensa ad un territorio composto, come per la fisica, solo di spazio, tempo ed energia e si ritiene che la differenza tra virtualità e realtà, tra mappa e territorio, sia dovuta esclusivamente alla percezione di queste tre entità. Così ci affidiamo ad algoritmi matematici che dovrebbero descrivere cosa in realtà è il territorio e ci viene anche detto che qualsiasi cosa noi vediamo del territorio stesso sarà vera solo se è identica a quello che ci dice una macchina, fino ad arrivare, però, ad un punto in cui non si può sapere più niente della realtà, perché Heisenberg ed il suo principio di indeterminazione lo vietano.

Il problema è che, se la fisica di Bohm è vera, non esistono misure che abbiano senso per la virtualità e, soprattutto, non esiste nessun territorio e quindi nessuna mappa!

Ripartiamo daccapo.

E se ci fosse un errore di fondo? E se l’errore fosse imputabile alla mancanza di un parametro invisibile il quale, se scovato, potrebbe sistemare sia la visione filosofica sia quella scientifica del problema, mettendo in altre parole d’accordo tutti i modi di percepire l’Universo? Questa si che sarebbe la vera teoria unificata!

La mia idea parte dall’aver introdotto un nuovo parametro (per il momento lo chiamerò così e lo identificherò, per approssimazione, come un asse cartesiano; scopriremo in seguito che si tratta di ben altra cosa - N.d.A.).

Non ci sono solo tre assi, quali lo SPAZIO, il TEMPO e l’ENERGIA, ma esiste anche la COSCIENZA!

L’Universo non sarebbe né completamente virtuale, come dicono Bohm e Pribram, né reale come dice il Papa né, tanto meno, completamente misurabile come sostiene la fisica moderna. L’Universo, composto da quattro entità, sarebbe così in parte reale ed in parte virtuale, dove reale vuol dire IMMUTABILE e virtuale MUTABILE.

La parte reale dell’Universo, che è sempre esistita, avrebbe creato anche la parte virtuale in forma di spazio, tempo ed energia. Le due componenti principali sarebbero la parte virtuale, modificabile e misurabile secondo precise leggi fisiche, e la parte reale, immutabile e non descrivibile attraverso alcun algoritmo: non ha senso, infatti, descrivere qualcosa che non cambia mai.

Pribram sostiene che il nostro cervello è un lettore di ologrammi e dunque esso vede l’Universo olografico come un ologramma, con tutte le conseguenti matematica e fisica. Esso vede, dunque, solo in tre dimensioni, come nella fisica degli ologrammi. Il nostro cervello avrebbe, secondo alcuni scienziati, accesso immediato ad un numero incredibile di informazioni, proprio come si ottiene leggendo, con un raggio laser, un solo punto di un ologramma, ma avrebbe un’idea errata sull’esistenza di spazi e tempi.

Se quest’ultimo aspetto sembra essere in palese contrasto con la capacità assimilativa del cervello stesso ed anche se gli scienziati, i neurofisiologi e Bohm stesso non spiegano assolutamente tutto, è possibile sistemare le cose se aggiungiamo l’asse della coscienza al sistema fisico.

Bohm, nei suoi lavori scientifici, non cita mai l’asse della coscienza, ma ne identifica indirettamente la probabile esistenza in un libro scritto a quattro mani con il saggio indiano Krishnamurti, dal titolo “Dove il tempo finisce”, Ubaldini editore 1986, Roma. I fisici sembrerebbero far riferimento ad un possibile “asse” della coscienza chiamandolo, in modo decisamente vago, con il nome di “parametri nascosti”. Se esiste l’asse della coscienza definito come lo si è visto in miei precedenti lavori, possiamo ristrutturare la visione dell’Universo che hanno la PNL e la fisica moderna, ma non solo. Possiamo creare una nuova PNL e correggere alcuni errori formali di questa nuova scienza.

Vediamo come.

Le idee di tempo e di spazio da dove vengono? Io dico che lo spazio ed il tempo non esistono, ma dentro di me ne ho una percezione precisa. Non a caso si nasce, si vive, si muore: tutto comincia e tutto sembra finire. Il nostro cervello, secondo me, è solo in parte un lettore di ologrammi. Nel nostro cervello, infatti, esistono due sottocervelli, che sono il lobo destro e quello sinistro. Più volte ho detto che, mentre il lobo sinistro è quello della razionalità, delle formule matematiche e della visione del virtuale - cioè dell’insieme modificabile composto da spazio, tempo ed energia - il lobo destro è il lettore dell’inconscio, delle sensazioni atemporali: è il regno di Anima immortale.

Si direbbe che mentre il lobo sinistro, legato alle attività subcoscenziali del nostro cervello, è il lettore della parte olografica e virtuale, l’altro lobo, il destro per l’appunto, sarebbe il lettore della realtà. Non a caso uno dei due lobi riconoscerebbe il significato delle parole lette, mentre l’altro ne riconoscerebbe la forma, il significato simbolico, l’archetipo costruttore. Così il lobo sinistro sarebbe come una testina per DVD che legge la traccia del virtuale, mentre l’inconscio sarebbe il lettore della traccia del mondo reale.

Ci sarebbero, però, due processi di lettura completamente differenti.

Mentre la testina destinata al DVD della virtualità legge, come in un comune DVD, gli eventi in sequenza, l’altro tipo di lettore leggerebbe tutti gli eventi contemporaneamente.

Dunque il nostro lobo destro tenderebbe ad essere più portato a leggere nell’asse della coscienza dove, non essendoci né tempo né spazio, tutto viene percepito immediatamente, non dando l’idea dello scorrere del tempo; al contrario, il lobo sinistro leggerebbe gli eventi in sequenza. Se un evento viene scoperto e letto prima di un altro, che verrà di conseguenza letto dopo, il cervello si farà l’errata idea che l’evento letto dopo, prima non esistesse; leggere un evento vorrebbe erroneamente dire farlo nascere. Così l’idea del tempo si fa largo nel nostro cervello solamente perché esso legge tutti gli eventi in sequenza, non essendo capace di leggere tutto contemporaneamente.

La tendenza dei due emisferi cerebrali a comportarsi così sarebbe tale nel senso che anche la parte virtuale in qualche modo leggerebbe qualcosa della realtà reale e viceversa. Più precisamente la parte coscienziale di noi leggerebbe la coscienza e la parte virtuale leggerebbe la parte della virtualità. Da questo punto di vista, più coscienza si possiede e più atemporalmente si vede l’Universo. Essere più coscienti di sé equivale ad ospitare la componente animica, la quale possiede un’abbondante quantità di coscienza, come ho avuto modo di descrivere in altra sede.

Potrebbero essere spiegati molti dei fenomeni erroneamente ritenuti paranormali tenendo presente che essi entrerebbero semplicemente nella fenomenologia della lettura da parte della coscienza del singolo, all’interno della coscienza dell’Universo. Fenomeni temporali, come la preveggenza, o spaziali, come la levitazione di oggetti, potrebbero semplicemente essere frutto dell’interazione della componente coscienziale con il resto del sistema.

Ricordo ancora una volta che la coscienza ha creato la virtualità e la può modificare quando e come vuole. Basta avere coscienza di poterlo fare.

Chi fosse provvisto di componente animica avrebbe ovviamente più possibilità, in quanto munito di una componente coscienziale molto più forte rispetto a colui che Anima non è.




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MessaggioOggetto: Una revisione della realtà - PARTE PRIMA   Dom 13 Feb 2011, 13:06

una revisione
della realta'







Parte Prima:
introduzione a una revisione della realta'




In una serie di lavori precedenti (vedere note finali) ho considerato, partendo da una visione strutturale dell’Universo di tipo geometrico-archetipico, le teorie di Bohm e di Pribram. Fisico quantistico il primo e neurofisiologo l’altro, questi due pensatori hanno creduto di poter dimostrare, ed in parte lo hanno sicuramente fatto, che l’Universo è un immenso ologramma dove ogni singola parte contiene le informazioni del Tutto. Non solo: come un immenso ologramma, il nostro Universo sarebbe così solo perché ci appare così.

La sua vera natura sarebbe però non locale, vale a dire che, non esistendo né tempo né spazio, tutto accadrebbe nello stesso istante e nello stesso luogo. Questa è la spiegazione che il fisico teorico Alain Aspect avrebbe ottenuto studiando il modo in cui due fotoni posti ad anni luce di distanza tra loro possono interagire. Aspect ha dimostrato che i due fotoni si scambiano le informazioni a tempo zero e le possibilità di interpretare questo dato sono solo due: o i due fotoni sono la stessa cosa, oppure non acquisiscono informazioni attraverso lo spazio-tempo. Infatti se le informazioni tra i due fotoni passassero attraverso il piano spazio-temporale, esse viaggerebbero alla velocità della luce e non arriverebbero immediatamente, come in realtà accade.

Dunque o la storia della velocità della luce come limite massimo è una balla colossale, oppure non esiste lo spazio-tempo, almeno nel modo in cui noi lo concepiamo.

Proprio in questi ultimi anni, mentre la teoria della piegatura dello spazio-tempo formulata da Einstein vacilla clamorosamente e mentre si scopre che, oltre all’energia, anche lo spazio - e di conseguenza il tempo - sarebbero quantizzati, mai come ora, dicevo, abbiamo bisogno di una visione unificatrice che ci permetta di comprendere com’è fatto lo scatolone che ci contiene e che chiamiamo Universo. In fondo si tratta di comprendere l’Universo anche da un punto di vista filosofico. Questo Universo è forse una prigione da cui non si può uscire, che un Creatore, più o meno consapevolmente, avrebbe creato per divertirsi a guardarci dentro come in un televisore, oppure rappresenta una creazione della mente umana, un’infinita visione onirica dalla quale, se si fosse consapevoli, si potrebbe uscire smettendo di sognare?

Il che significa, in altre parole: quale peso dobbiamo dare alle varie teorie cosmogoniche che ci propina la scienza, a paragone con le filosofie cosmogoniche orientali? Chi scrive ritiene di poter asserire che questo non è un problema qualsiasi, ma è l’unico vero problema dell’Uomo. A seconda della risposta che daremo a questo interrogativo il nostro atteggiamento verso l’Universo, verso il Creatore o verso un Dio super partes, prenderà un significato diverso. Qualunque significato troveremo, alla fine almeno sapremo se percepire l’Universo così come facciamo:
• È corretto.
• È conveniente da vivere.


Ed inoltre:
• Qual è la consistenza dei suoi occupanti.
• Qual è la consistenza di chi definiamo Creatore.
• Chi è Dio.

È infine evidente che non a tutti interessa ottenere risposte a queste domande. La Chiesa, in generale, ritiene che sulla Bibbia ci sia scritto che l’uomo ha più o meno seimila anni, come il cosmo in generale; dunque perché starsi a fare inutili domande alle quali Dio ci ha già fornito una risposta attraverso le sacre scritture? Chi scrive non ha nessuna intenzione di fare del sarcasmo attirando l’attenzione su di un’asserzione talmente insensata da suscitare ilarità, ma non ho mai sentito una smentita da parte del Santo Padre nei confronti delle dichiarazioni che possiamo ascoltare tutti i giorni dai microfoni di Radio Maria, la quale continua a sostenere la tesi della creazione avvenuta seimila anni fa, anche di fronte a prove scientifiche schiaccianti. Ne dobbiamo dunque dedurre che o il Vaticano non ritiene opportuno prestare la sua attenzione agli effetti che queste dichiarazioni possono provocare sui fedeli italiani, oppure che non ritiene assolutamente importante chiedersi chi siamo ai fini della chiarificazione della nostra posizione all’interno dell’Universo.

C’è, ovviamente, anche chi si chiede se il Vaticano, per caso, non abbia tutto l’interesse a tenere gli esseri umani nella più profonda ignoranza. La cosiddetta scienza tenta invece di dare una serie di risposte a queste domande, ma sembra che, salvo alcuni casi particolari, essa sia interessata al movimento delle cose e non allo studio delle coscienze, al contrario dell’atteggiamento della filosofia, la quale, invece, sembra attenta alla comprensione del funzionamento della coscienza umana, per poi non badare molto alla natura degli effetti fisici, che spesso tende a considerare come un aspetto del tutto marginale.

In questo contesto l‘ipotesi di un Universo olografico, che appare ai nostri occhi come un grande film nel quale si muovono tutti i personaggi, a loro volta in qualche modo fasulli, non piace alla Chiesa, che vedrebbe ridurre la figura di Dio a quella di un banale regista con grandi mezzi, ma sicuramente poco abile.

Non piace neppure alla scienza ufficiale, che ha fatto della “misurazione delle cose” il suo cavallo di battaglia, dover ammettere che non c’è un bel niente da misurare, perché è tutto finto.

Infine non piace neanche ai filosofi, i quali, dovrebbero ammettere di aver discusso, tra un’ipotesi e l’altra, per millenni sul sesso degli angeli. Ne sito dell’Osservatorio Astronomico di Arcetri, culla dell’astronomia italiana, c’è una pagina web in cui si discute brevemente delle teorie ritenute strampalate e non degne di considerazione: tra queste spicca la teoria dell’Universo olografico di Bohm. In essa Silvano Fuso (Chimico del Cicap), con l’aiuto di Gianni Comoretto (Astronomo di Arcetri), così si esprime:
“Forse definire pseudoscientifica la teoria di Bohm è eccessivo. In effetti essa ha una sua coerenza logica, un'elegante veste matematica ed è perfettamente compatibile con le evidenze sperimentali. La critica che si può rivolgere a tale teoria è di essere un tantino metafisica. In pratica ipotizza l'esistenza di qualche cosa di cui non esiste alcuna evidenza empirica e che, francamente, non è neppure necessario ipotizzare”.

(http://www.vialattea.net/esperti/php/risposta.php?num=7230)

Nasce così l’idea che “Ogni bodda ami il suo boddicchio”. In altre parole “Ogni scarrafone è bello a mamma soia”, e da Livorno a Napoli una cosa diventa chiara: l’uomo vede solo quello che vuol vedere e come lo vuole vedere.





Il fotone è una farfalla? Questa non è solamente un’affermazione popolare, ma una considerazione scientifico/filosofica degli ultimi anni. In un altro mio lavoro mettevo in discussione l’approccio che le diverse “fisiche contemporanee” hanno nel descrivere il fotone. Il fotone può forse rispondere, almeno in parte, ad alcune domande.

Il fotone non fa quello che vorrebbero i fisici, ma fa quello che gli pare. In altre parole a volte si comporta da particella ed a volte da onda. Nei casi in cui si comporta da particella si comporta sempre da particella e nei casi in cui si comporta da onda, si comporta sempre da onda, dunque non è neanche del tutto vero che fa quello che gli pare, ma forse ci sono delle leggi fisiche, non ancora identificate, che regolano la natura duplice del fotone.

(per una animazione sul fenomeno che stiamo descrivendo vedere questo interessante link: http://www.youtube.com/watch?v=afMw8jb96Uk) O forse non sarà più corretto dire che non sappiamo cosa sia il fotone, ma che a volte esso ci APPARE come una particella ed a volte come un’onda?

In fondo i Buddisti ritengono che l’Universo sia una Maya (magia) attraverso la quale le cose acquistano aspetti differenti.

Il fisico Fabrizio Coppola (http://www.segreto.net/segreto/autore.htm) sembra volerci dire che, se si tiene di conto dei recenti sviluppi della fisica quantistica, la realtà si manifesta tutti i giorni come il rapporto tra un osservabile ed un osservatore, e fin qui nulla di nuovo. Purtroppo, però, quando si cerca di osservare meglio l’osservabile si scopre che esso ci rimanda di sé un’immagine alterata rispetto a quella che “dovrebbe avere”, come se l’osservabile non volesse svelare fino in fondo i suoi segreti, non volesse essere osservato o... svelato.

Questo tipo di approccio, che considera l’osservabile da un punto di vista animistico, non piace né ai fisici né ai religiosi, ma forse solo ai filosofi ed ha avuto, fino ad oggi, scarso successo. I fisici amano dire che, quando si va nel mondo del microscopico, la materia, che normalmente ci appare continua, diviene quantizzata e le misure che si dovrebbero fare su piccole parti di materia sono talmente devastanti da alterare la stessa porzione di materia che stiamo osservando.

Tutto ciò è stato abbondantemente, fermamente, ragionevolmente calcolato da Heisenberg e prende il nome di “principio d’indeterminazione”. Va subito detto che nella nostra fisica esistono dei cosiddetti “principi generali” che possono essere dimostrati solo per quanto riguarda la loro essenza ma, essendo principi, da essi si può partire per dimostrare tutto il resto, tranne che per dimostrare perché esistono. È così e basta!

(http://www.geocities.com/CapeCanaveral/Hangar/6929/princ-indeter.html )

Certo la Chiesa sostiene proprio che dentro la imperscutabilità di Dio esiste la risposta che agli uomini non sarà mai dato di conoscere. I fisici ritengono, invece, che quelle misure non possono essere fatte perché non esisteranno mai strumenti in grado di farne di così precise ma, se per un attimo, analizzassimo le cose dal punto di vista di Bohm, ci accorgeremmo che abbiamo a disposizione un altro tipo di risposta. Infatti se l’Universo fosse realmente olografico, lo spazio-tempo sarebbe percepito, ma non sarebbe reale. Tutto accadrebbe dunque nel medesimo momento.

Quando si cercasse di osservare qualcosa, tra l’osservatore e l’osservabile esisterebbe una differenza di spazio e di tempo ma, via via che si cercasse di capire come stanno le cose, si tenterebbe di fare misure più precise e ci si avvicinerebbe, in un certo senso, allo spazio ed al tempo dell’osservabile. Questo è, in realtà, ciò che si tenta di fare con le apparecchiature più precise. Se in scala macroscopica non ci si accorge quasi di nulla, in scala submicroscopica l’osservabile si confonde con l’osservatore e tutti e due divengono la stessa cosa.

Direi che il circuito va in risonanza, in una sorta di “effetto Larsen” per generare il quale un microfono viene messo davanti ad un altoparlante. Il risultato è quello di amplificare il suono che il microfono capta e passarlo all’altoparlante che lo emette, poi il microfono lo capta nuovamente ed il suono captato viene ancora amplificato e rimandato all’altoparlante in una ripetizione infinta. Si sentirà un forte fischio, decisamente fastidioso, che nulla ha a che fare con suoni reali dell’ambiente. Quando si cerca di osservare bene il mondo submicroscopico, altro non si fa che osservare se stessi, poiché l’Universo olografico di Bohm non è locale, cioè esiste tutto in un solo luogo ed in un solo tempo o, per meglio dire, al di fuori dello spazio e del tempo.

Coppola fa sua un’interessante osservazione che deriva dalla visione buddica della Maya: egli sostiene che la cattiva percezione delle cose del mondo non è dovuta né all’errore che si commette quando si fanno misure precise (lo sbarramento di Heisenberg) né, tanto meno, al fatto che Dio non voglia far scoprire i propri trucchi (lo sbarramento dei Misteri della Chiesa), ma dipende semplicemente dal tipo di coscienza che abbiamo del fenomeno che stiamo osservando.

In altre parole se non capisci che stai osservando te stesso, non vedrai te stesso nel fotone che osservi, perché tu credi di essere come ti vedi e ti percepisci tutti i giorni, mentre sei un’altra cosa al di fuori dello spazio-tempo.

Senza una coscienza adeguata, nel guardare un fotone non ti renderesti conto né di guardare te stesso né, tanto meno, di conoscere come sei fatto, e la confusione sarebbe infinita. Ma se applichiamo questo concetto anche alla qualità dell’informazione, e non solo alla sua quantità, possiamo, con questo tipo di ottica, capire anche perché mezzo mondo vede i fotoni come particelle e l’altro mezzo mondo li vede come onde, pur in condizioni rigorosamente, scientificamente, controllate e “misurate”.

Se credo fermamente che il fotone sia una particella, preparerò esperienze che tenderanno ad evidenziarne questa caratteristica; ma se ho la profonda convinzione che il fotone non è una particella, bensì un’onda, allora preparerò esperienze che evidenzieranno questo aspetto della sua realtà.

Si potrebbe affermare, quindi, che se io sono profondamente convinto che il fotone sia una farfalla, costruirò un esperimento che, prima o poi, me lo mostrerà come tale. Dunque l’osservabile, in un mondo totalmente virtuale, si presenterebbe a me non come esso è, ma come io credo fermamente che sia, o meglio, e ancor più precisamente, a seconda della coscienza che ho di esso. Man mano che la mia coscienza aumenta, il fotone mi apparirà sempre più simile a quello che, nella sua virtualità, esso è realmente. Questo non accade solo con i fotoni, ma con tutto ciò che si è sempre osservato.

La Programmazione Neuro Linguistica (PNL) mette in evidenza come esista una differenza sostanziale tra mappa e territorio, intendendo con “territorio” la realtà e con “mappa” la fotografia che i nostri sensi riescono a fare della realtà stessa. Se la nostra coscienza della realtà aumenta, anche la nostra fotografia diventa di migliore qualità e più dettagliata. Il territorio rimane sempre lo stesso, ma la mappa cambia nel tempo. Guardando le vecchie fotografie di un album di famiglia avremo l’impressione che esse siano differenti da quando le abbiamo scattate, non perché siano invecchiate od ingiallite, ma per qualche altro strano motivo. Lo strano motivo è del tutto inconscio ed è dovuto al fatto che quando abbiamo scattato quella fotografia avevamo un tipo di coscienza che oggi, a distanza di tempo, si è evoluta. Dunque qualcosa dentro di noi ci farà fare considerazioni diverse sulla fotografia, rispetto a quelle che avremmo fatto quando l’abbiamo scattata.

La Programmazione Neuro Linguistica sbaglia nel ritenere che la mappa possa mutare. La mappa è comunque una visione del territorio: è la nostra percezione della mappa a cambiare, non la mappa, la quale, nello stesso istante in cui la si disegna, diventa parte integrante del territorio stesso. Qualcosa, nella Programmazione Neuro Linguistica, va affinato, così come va affinata la visione che la fisica ha della realtà. L’ipotesi dell’Universo virtuale ci può aiutare a riconsiderare certi paradigmi.


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MessaggioOggetto: Re: Una revisione della realtà - PARTE PRIMA   Oggi a 07:47

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